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Categoria: Cinema
Creato Mercoledì, 01 Marzo 2023

Greeta Lee e Teo Yoo, protagonista di Past LivesBerlinale 2023, di Luca Baroncini (n°261)

Dopo due anni di assenza torno alla Berlinale e trovo un festival in forma ma una città un po’ acciaccata. Se infatti la Berlinale offre la consueta programmazione cinematografica varia e curiosa, in cerca di un centro tra nomi di richiamo e slanci autoriali, Berlino sembra invece in una fase di transizione: cantieri ovunque, molte vetrine abbassate, prezzi alle stelle. Sembra, almeno in apparenza, che il covid abbia prodotto più danni di quelli con cui ci confrontiamo in Italia nel quotidiano. Forse è solo un percepito, ma l’impatto che qualcosa sia cambiato, e non in meglio, è più evidente qui che altrove. 

Il cinema riflette a modo suo inquietudini e nervi scoperti del periodo. Stando al festival solo per qualche giorno non seguo unicamente il concorso, ma spazio con una certa libertà tra le varie sezioni. Dal Brasile arriva Proprietade, di Daniel Bandeira, uno sguardo tutt’altro che conciliante sulle disparità sociali, dove una coppia benestante raggiunge la tenuta di famiglia ma la trova occupata perché i lavoratori sono stati bruscamente licenziati e rivendicano i loro diritti. Una storia che evolve in un solido thriller dove non ci sono vincitori, ma solo vinti.

Una sorpresa, poi, Disco Boy, l’opera prima del regista italiano Giacomo Abbruzzese, una coproduzione tra Italia, Francia e Belgio dall’evidente respiro internazionale. Il protagonista è un ragazzo bielorusso in fuga dal suo paese che cerca un riscatto e un’identità arruolandosi nella Legione Straniera, salvo poi capire di essere dalla parte sbagliata. Colpisce la capacità del regista di raccontare una presa di coscienza ricorrendo soprattutto alle immagini. È un film in prevalenza visivo infatti, un viaggio esperienziale quasi ipnotico nel suo alternare suggestioni e sensazioni. Può non piacere o non essere immediatamente compreso, ma se si hanno pazienza e voglia di essere guidati, l’approdo è appagante, tra l’altro senza che l’aspetto estetizzante prenda il sopravvento, ma con la capacità di abbinare alla potenza visiva un coerente sottotesto politico.  

Il cinema ha il potere di comunicare attraverso storie - non per forza impartendo lezioni, anzi, quando accade difficilmente funziona - facendo vivere i personaggi che mette in scena. È quello che succede nel tedesco Im toten winkel di Ayşe Polat, regista curdo-tedesca che riesce, utilizzando il genere thriller, a dare voce al trauma transgenerazionale del popolo curdo. Tutto parte dal documentario che una regista tedesca sta girando nel nord est della Turchia su un ragazzo misteriosamente scomparso venticinque anni prima e che riapre ferite mai completamente cicatrizzate. 

Come sempre le opere più interessanti sono quelle che forniscono più domande che risposte, come il virtuosistico Inside, di Vasilis Katsoupis, dove Willem Dafoe si intrufola in un lussuosissimo attico newyorchese per rubare alcuni quadri ma finisce per restare prigioniero dell’appartamento trasformandosi in una sorta di Robinson Crusoe che, tra oggetti di design e dipinti preziosi, riscopre la propria animalità sublimandola in tensione artistica. 

Ma il vero colpo di fulmine del festival è stato Past Lives, della regista coreano-canadese Celine Song, che racconta il percorso sentimentale di un ragazzo e una ragazza nell’arco di venticinque anni, dall’infanzia, in cui sono fidanzatini, alla maturità, in cui si rincontreranno dopo avere fatto scelte personali che hanno determinato il loro presente. 

Un film che rappresentando le connessioni emotive dei protagonisti supera la gabbia di qualsiasi ideologia e diventa universale prenotandosi un posto come nuovo classico della commedia romantica.

 

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