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Categoria: Libri
Creato Mercoledì, 21 Luglio 2021

New YorkUn libro per l’estate: “Il decoro” di David Leavitt, recensione di Luca Baroncini

Ci sono libri che raccontando una storia descrivono dei personaggi, altri che li fanno vivere. È quanto accade con “Il decoro” di David Leavitt, scrittore statunitense diventato famoso, e tradotto, nel 1986 con la raccolta di racconti “Ballo di famiglia”.

Nell’ultima opera, “Il decoro”, uscita in Italia nel luglio dello scorso anno, si descrive il ménage di una coppia alto borghese, Eva e Bruce, che vive nel lusso in quel di Manhattan. La vicenda si colloca nel 2016, a ridosso della vittoria di Trump alle elezioni presidenziali. 

Un gruppo di amici si ritrova, come d’abitudine, nella accogliente dimora della coppia protagonista. Al centro dell’attenzione ci sono i risultati elettorali. Eva si considera democratica e progressista ed è talmente sconvolta che non vuole neanche sentire nominare il nuovo presidente, odia ferocemente il vicino di casa che lo ha votato (anche se lei non è nemmeno andata a votare perché c’era troppa fila), si convince di essere nella stessa situazione degli ebrei in Francia nel 1940 e per trovare scampo al declino dei tempi decide di acquistare una casa a Venezia rifugiandosi nella bellezza e nell’arte. 

Il libro è tutto qui. Confesso che all’ennesimo capitolo di ricchi che si parlano addosso, di case splendide da arredare, di oggetti di design, di riviste alla moda, di pettegolezzi, di cene sontuose anche quando frugali, di cani trattati come principini, ho pensato che avrei perso presto interesse nel prosieguo della lettura. Invece Leavitt, calibrando il nulla che sembra accadere, riesce abilmente a descrivere un mondo, a cui probabilmente appartiene e forse anche per questo descrive così bene, in cui l’ipocrisia non è esibita ma vissuta interiormente e diventa un abito che si veste senza la minima consapevolezza.

L’universo descritto dallo scrittore è quello di una “bolla” che si ritiene nel giusto, che pensa di distruggere muri senza rendersi conto che invece li sta costruendo, attraverso certezze granitiche che non si basano sul confronto e sulla conoscenza ma solo su una vaga, superficialissima, idea di realtà.

Eva rimprovera la domestica intenta ad ascoltare le parole di Trump, ma non si premura di capire perché creda in lui e nelle sue promesse. Ed è questa assenza di dialogo che porta ad allungare le distanze, a rendere i ricchi sempre più ricchi e le classi sociali disagiate sempre più disagiate. Il romanzo è una satira arguta e fitta di dialoghi, per lo più inconcludenti, che dietro alle molte parole rendono i due protagonisti emblemi di un mondo alla deriva dove a mancare è soprattutto la comunicazione e la capacità di comprendere. Richiede al lettore lo stesso sforzo che i personaggi del romanzo non sanno fare: andare oltre le parole, non giudicare, farsi domande più che offrire risposte, sforzarsi di capire. 

Se si sta al gioco, la lucidità della costruzione narrativa può ricompensare. Ne è una riprova il fatto che, a distanza di settimane dalla lettura, la protagonista Eva mi ritorni ogni tanto in mente per la sua brillante ottusità, a differenza di altri personaggi, di altri libri apparentemente più centrati e diretti, che invece scompaiono con la parola “fine”.

 

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