di Luca Baroncini
Il periodo pandemico ci ha abituati a una fruizione smodata di piattaforme streaming, tanto che si sono moltiplicate e ora siamo subissati da abbonamenti che non ricordiamo nemmeno più di avere e che sgretolano con silenziosa costanza le nostre finanze.
Abbiamo passato anni in cui grandi registi, attori di grido e film di ogni genere, dai più spettacolari ai più intimisti, saltavano la sala per fare la loro prima visione sullo schermo piccolo di un computer, di una televisione o di un cellulare.
Ora le cose non sono tanto cambiate, a essere cambiati siamo noi. Lo streaming, infatti, da essere la cosa più interessante di cui parlare, è diventata routine, una cosa tra le tante. Qualche tempo fa faceva figo, dava l’idea di essere allineati ai tempi, adesso molto meno. Anche le serie televisive sono talmente tante e così sparse su un numero sempre più ampio di piattaforme che hanno perso quell’appeal che fino a poco tempo fa avevano.
Il problema è che ben poco di ciò che arriva in streaming finisce per imporsi nell’immaginario. Si tratta di una fruizione che comporta tre passaggi: cercare (a volte diventa sfiancante ed è ciò che richiede più tempo), guardare (spesso in modo distratto e frammentario) e dimenticare. Questa tendenza, fisiologica anche con il proliferare di contenuti sempre meno riconoscibili e a un ritmo sempre più frenetico, può essere riassunta con qualche esempio: che traccia ha lasciato un film come The Rip- Soldi sporchi, con due star come Matt Damon e Ben Affleck, pubblicato su Netflix a metà gennaio?E dire che parliamo di due star planetarie e di un thriller con un buon riscontro critico. Eppure se ne è parlato un paio di giorni per poi passare ad altro, perché il fermento, con entusiasmi e indignazione, su internet, non dura più di una settimana. Viceversa, il cinema è tornato a essere il centro della visione, ciò da cui tutto parte e che solo successivamente raggiunge altri canali di sfruttamento, perché il valore di un film cresce in base al successo che ottiene in sala. E non parliamo di un fermento di pochi giorni, ma di settimane, in alcuni casi anche di mesi.
Sarà per questo che siamo tornati a parlare di cinema in sala? Il cinema era praticamente uscito di scena rimpiazzato dall’ultima serie televisiva vista in “binge watching” (abbuffata di puntate in un’unica sessione), mentre adesso nelle conversazioni in ufficio, al bar, in ascensore, tra amici, la frase che ricorre, se si parla di intrattenimento, riguarda un film visto al cinema. Titoli come Il diavolo veste Prada 2, Michael, Buen camino, il nuovo Avatar, Cime tempestose, Super Mario Galaxy, Le cose non dette e La grazia sono stati grandi successi e hanno fatto tendenza facendoci parlare e accendendo la curiosità di uscire di casa per entrare in un cinema. Una inversione di tendenza che riaccende la speranza verso un mondo meno connesso e più umano.
Perché c’è poco da fare, vedere un film al cinema è un’esperienza, mentre in streaming sono solo immagini in movimento. Ok, ok, sto esagerando, ma è una fruizione che presuppone la condivisione con sconosciuti di un sentire comune e determina un coinvolgimento maggiore, soprattutto perché per due ore il mondo è fuori, tra parentesi, e non lì di fianco a noi sul divano di casa.
Prossimo obiettivo: andare al cinema a vedere anche film belli, ah ah, ma procediamo per gradi!
