di Totò Caggese

Il contributo di Gennaro Gadaleta Caldarola su anarchici, potere e politica (in Cenerentola n. 293) ha il merito di riaprire una discussione importante, forse una delle più delicate dentro la storia del movimento anarchico: il rapporto tra anarchismo e politica.
Vale la pena ragionarci senza rigidità ideologica, ma anche senza eludere i nodi.
La distinzione proposta tra potere e dominio — ripresa da Bertolo — è teoricamente raffinata e concettualmente legittima. Eppure continuo ad avere una perplessità. Personalmente non sento il bisogno di ricorrere alla categoria di “potere” per pensare la libertà o l’organizzazione sociale in senso libertario.
Una società di liberi ed eguali può essere pensata attraverso altre parole: autonomia, accordo, mutuo appoggio, autogestione, responsabilità condivisa.
Quando introduciamo il termine “potere”, anche se lo separiamo dal dominio, entriamo comunque dentro un lessico storicamente segnato dal comando, dalla verticalità, dalla separazione tra chi decide e chi subisce.
Il rischio è che, nel tentativo di chiarire, si finisca per creare ulteriore ambiguità.
Più che ridefinire il potere, forse è più utile provare a pensare come si organizza una convivenza libera senza dominio.
Chiarito questo, resta aperta la questione politica: che rapporto ha avuto l’anarchismo con la politica?
Prima però una precisazione storica.
Non convince l’idea che la politica nasca alla fine del Medioevo. Semmai in quell’epoca nasce una forma specifica della politica moderna: la politica come sfera autonoma del governo, progressivamente separata dalla religione e incarnata nello Stato territoriale moderno.
Ma la politica, intesa come organizzazione della convivenza umana, gestione dei conflitti, costruzione di regole comuni e decisioni collettive, accompagna la storia umana fin dalle sue origini.
C’è politica nelle città mesopotamiche e nell’Egitto faraonico, nei grandi imperi antichi, nel mondo greco e romano. Ma c’è politica anche nelle forme assembleari e comunitarie di società prive di Stato.
Semmai Machiavelli segna la nascita della politica moderna, non della politica in quanto tale.
L’anarchismo, a ben vedere, non è mai stato estraneo alla politica.
Lo è stato molto meno di quanto spesso si dica.
È stato politica nelle camere del lavoro, nel sindacalismo rivoluzionario, nelle leghe di resistenza, nel mutualismo, nell’antimilitarismo, nelle lotte contadine e operaie, nelle esperienze educative libertarie, nei movimenti sociali, nelle pratiche di autogestione. Ovunque abbia contribuito a organizzare conflitto, solidarietà, trasformazione sociale, lì ha fatto politica.
Il punto, semmai, è un altro.
Il rapporto problematico dell’anarchismo non è con la politica in sé, ma con una sua forma precisa: quella istituzionale, parlamentare, rappresentativa.
È lì che storicamente la relazione si complica.
Nel secondo dopoguerra italiano prende forma un nuovo equilibrio politico. Un equilibrio fondato sulla Costituzione repubblicana, sui partiti di massa, sulla mediazione parlamentare e sulla ricostruzione del paese attraverso un compromesso tra culture politiche, interessi sociali e classi diverse. L’anarchismo resta fuori da quel patto.
In parte per scelta, certo. Ma anche perché quel patto si costruisce attorno a forme politiche che gli sono profondamente estranee.
C’è però anche qualcosa di più profondo, che va oltre la valutazione strategica.
L’anarchismo, più di altre culture politiche, custodisce una coerenza molto forte tra fini e mezzi, tra idea e comportamento concreto, tra progetto di trasformazione e pratica quotidiana.
E questo pesa.
Perché il nodo non è soltanto decidere se candidarsi o no.
Il nodo è capire cosa significa entrare dentro l’istituzione.
Ce lo immaginiamo davvero un anarchico che giura fedeltà alla Costituzione repubblicana? Che indossa la fascia tricolore da sindaco? Che rappresenta l’autorità pubblica? Che partecipa ai rituali civili o religiosi dell’istituzione? Per molti anarchici, storicamente, la risposta è no.
Ed è anche per questo che restano fuori.
Non necessariamente per rifiuto della politica.
Più spesso per rifiuto di una determinata forma della politica.
Allo stesso tempo resta vero un altro fatto storico.
L’anarchismo cresce quando cresce il conflitto sociale.
Rinasce nei momenti in cui i movimenti si espandono. Si rafforza quando lavoratori, studenti, territori e soggetti collettivi si muovono dentro processi reali di trasformazione.
È accaduto nel movimento operaio di fine Ottocento, nel biennio rosso, in alcuni passaggi della Resistenza, e poi ancora nelle grandi mobilitazioni degli anni Sessanta e Settanta.
Quando il conflitto cresce, l’anarchismo respira.
Quando i movimenti si ritirano, tende invece a ripiegarsi su sé stesso, a frammentarsi, a faticare persino nella trasmissione generazionale.
Per questo faccio fatica a leggere la minore efficacia storica dell’anarchismo nel secondo dopoguerra come il prodotto di una sola causa.
Non credo dipenda soltanto dalla distanza dalla politica elettorale o istituzionale.
Ha pesato anche altro: la crisi dei movimenti di massa, la trasformazione del lavoro, la frammentazione sociale, l’indebolimento dei luoghi collettivi del conflitto e della partecipazione. È probabilmente nell’intreccio tra questi elementi che va cercata la risposta. Ed è forse per questo che la domanda resta ancora aperta.
L’anarchismo è stato marginale perché si è tenuto lontano dalla politica istituzionale? Oppure è diventato marginale perché è venuto meno quel terreno sociale e conflittuale che storicamente ne aveva alimentato la forza?
Probabilmente entrambe le cose si intrecciano.
Ed è proprio per questo che il dibattito resta vivo. Non per trovare una risposta definitiva, ma per continuare a porci la domanda giusta.
L’analisi fatta fin qui mi porta a confermare una convinzione personale. Gli anarchici, a mio avviso, non possono presentare propri candidati e proprie liste in elezioni che prevedano il giuramento di fedeltà allo Stato. Non soltanto per le ragioni note legate alla rappresentanza, alla delega e alla separazione tra eletti ed elettori questioni che riguardano, in forme diverse, ogni consultazione elettorale ma per una ragione ancora più radicale: l’incompatibilità tra una prospettiva libertaria e l’assunzione di una funzione istituzionale fondata sul riconoscimento dell’autorità statale.
Sgomberato questo terreno, e confermando quindi che gli anarchici fanno bene a non candidarsi, resta però una domanda aperta.
Da questo principio discende automaticamente anche il rifiuto del voto?
Secondo me no.
Non candidarsi e non votare non sono necessariamente la stessa cosa.
Rinunciare alla candidatura significa non identificarsi con l’istituzione, non rappresentarla, non esercitare una funzione di governo dentro i suoi meccanismi.
Ma votare può essere anche altro.
Può essere una scelta contingente, tattica, concreta dentro rapporti di forza reali, senza per questo aderire all’orizzonte politico e simbolico dell’istituzione.
Non dobbiamo dimenticare che, pur non avendo gli anarchici partecipato attivamente alla fase costituente della repubblica, le libertà e i principi sanciti dalla Costituzione a partire dai diritti della persona e dalla libertà di pensiero, di parola, di organizzazione e di associazione non sono affatto estranei alla nostra storia, ai nostri principi e alla nostra pratica quotidiana.
Anzi, fanno parte da sempre del terreno concreto sul quale l’anarchismo ha agito, spesso ben prima che trovassero riconoscimento formale nelle carte costituzionali.
Difendere queste libertà non significa aderire allo Stato che le riconosce formalmente.
Significa difendere spazi reali di agibilità politica e sociale dentro cui i movimenti possono esistere, organizzarsi, dissentire, lottare.
E credo che la difesa di questi spazi di libertà resti, ancora oggi, una questione fondante anche per l’anarchismo. Per questo penso che gli anarchici, pur restando estranei alla logica della rappresentanza, potrebbero in ogni elezione valutare se dare il proprio voto e il proprio appoggio a quelle forze politiche, a quelle candidate e a quei candidati disponibili al dialogo con il mondo libertario, con i movimenti sociali, con le lotte dal basso. Non per delegare ad altri la trasformazione della società. Non per illudersi che il cambiamento arrivi dalle urne. Ma per non lasciare campo libero, ogni volta, a quelle forze politiche che, potendo scegliere, alla prima occasione reprimerebbero gli anarchici, i movimenti e ogni forma di opposizione sociale.
La trasformazione resta altrove: nel conflitto sociale, nell’autorganizzazione, nel mutualismo, nella costruzione quotidiana di libertà. Ma ignorare completamente il terreno elettorale rischia, talvolta, di consegnarlo interamente ai propri avversari.