di Luciano Nicolini

28 febbraio: il governo USA e quello israeliano iniziano una nuova guerra
Ero all’estero, “in tutt’altre faccende affaccendato”, e ho chiesto a un amico di collegarsi con il suo cellulare per sapere se la guerra era iniziata. Si è collegato e mi ha detto: “È iniziata”.
Vi racconto questo, non perché mi piaccia fare la parte del profeta (né, tantomeno, quella dello iettatore), ma soltanto per evidenziare come, arrivati a questo punto, fosse chiaro a tutti che ormai si trattava solo di una questione di tempo.
Avevo avuto anche l’impressione che, a differenza di quanto avvenuto pochi mesi prima, in occasione della “guerra dei dodici giorni”, questa volta fosse il governo statunitense (anziché quello israeliano) a spingere verso il conflitto. Impressione confermata, qualche giorno dopo, da Donald Trump in persona, intervistato in merito.
Ma perché il governo statunitense ha voluto la guerra? Probabilmente per lo stesso motivo che l’ha spinto a rapire Maduro (a proposito: che fine ha fatto? Nessuno ne parla più…). Il motivo è limitare le forniture di petrolio alla Cina.
Israele e gli Usa si stanno muovendo in modo coordinato. Ma mentre il primo muove guerra all’Iran, i secondi muovono (indirettamente) guerra alla Cina.
Il governo israeliano, ben felice di colpire duramente il proprio nemico, forse avrebbe aspettato, nella speranza di veder implodere l’Iran, dove l’opposizione al regime era stata recentemente protagonista di grandi manifestazioni di piazza. Agli Usa, invece, l’eventuale crollo del regime islamico non sembra interessare molto: l’importante è arginare l’espansione economica cinese.
La risposta iraniana
Il governo iraniano, a quanto pare (sappiamo sempre solo ed esclusivamente ciò che ci raccontano…), ha reagito colpendo, oltre a Israele, buona parte degli stati dell’area, compresa la Turchia che, pur facendo parte della Nato, avrebbe potuto essere sua alleata.
La spiegazione di questo comportamento, apparentemente suicida, sarebbe la speranza di coinvolgere nel conflitto più paesi possibile e indurre, attraverso il loro coinvolgimento, una crisi economica mondiale di tale portata da costringere gli Usa a desistere.
Sarà vero?
Lo scacchiere mondiale
Grande è il timore che Russia e Cina, che con il governo iraniano hanno buoni rapporti, entrino in guerra: sarebbe la terza guerra mondiale (la quarta, se si dà retta a chi considera terza guerra mondiale la “guerra fredda” combattuta tra Usa e Urss).
Al momento sembra improbabile che l’irreparabile accada: la Russia si è impantanata in Ucraina, e la Cina non sembra avere fretta: attende fiduciosa di veder passare, lungo il fiume, il cadavere del proprio nemico.
L’Europa
L’Unione Europea, come sempre, fa la parte del vaso di coccio tra vasi di ferro: i suoi abitanti vedono quotidianamente aumentare il prezzo delle materie prime (con tutto ciò che ne consegue) e, contemporaneamente, le spese militari.
Mentre, al suo interno, i partiti della destra tradizionale crescono costantemente e occupano sempre più posizioni di potere, quelli che erano di sinistra, un tempo ispirati da ideali di libertà, eguaglianza e solidarietà, sono sempre più attratti dal trinomio “dio, patria e famiglia (patriarcale)” proposto dai movimenti islamisti, con il rischio concreto, per i compagni, di trovarsi presto schiacciati tra due destre.
Fuori dal fossile?
Ma quanto sopra descritto non è la cosa più assurda che si può osservare in questo momento. Altrettanto assurdo è che grandi nazioni come gli Usa e la Cina si scontrino (causando la morte di centinaia di migliaia di persone) per il possesso di fonti energetiche cui presto dovremo rinunciare per evitare i drammatici effetti del cambiamento climatico.
Il governo statunitense, si dirà, è notoriamente negazionista, e non crede che il cambiamento climatico in corso sia dovuto all’utilizzo dei combustibili fossili. D’accordo. E il governo statunitense è libero di credere a ciò che vuole. Ma il cambiamento climatico rimane un fatto dimostrato, e l’utilizzo dei combustibili fossili, anche se non ne fosse la causa, non migliorerà la situazione.
Se i livelli dei mari si innalzeranno, dove trasferiremo tutti coloro che abitano lungo le coste? (Insieme alle loro abitazioni). Se dove oggi troviamo quelle coltivazioni che nutrono l’umanità si formerà un deserto, dove le trasferiremo? Dove oggi troviamo la tundra?
Sorge il dubbio che i potenti siano troppo anziani per preoccuparsi di tutto questo. O forse pensano che una diminuzione della popolazione mondiale causata dalle loro guerre risolverà il problema, e i loro figli, che oggi se ne stanno lontani dai conflitti, potranno vivere tranquilli.