L’immigrazione crea problemi. La repressione non li risolve.

di Luciano Nicolini
Leggiamo su “la Repubblica” del 12 aprile: «Incoraggiata dalla spregiudicata politica anti-immigrazione di Donald Trump e dalla recente approvazione da parte del Congresso di un budget importante destinato al Dipartimento della Sicurezza Interna, l’agenzia statunitense per l’immigrazione e le dogane ha iniziato ad acquistare magazzini in tutto il Paese per detenere le persone in custodia».
L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di espellere un milione di immigrati ogni anno. «Il disegno di legge – prosegue l’articolo – aggiunge miliardi di dollari al controllo delle frontiere, ma l’aumento percentuale maggiore è destinato all’individuazione, all’arresto, alla detenzione e all’espulsione degli immigrati che già risiedono negli Stati Uniti, la maggior parte dei quali non ha commesso alcun reato».
La cosa più scandalosa è che «la maggior parte delle strutture di detenzione sarà gestita da società carcerarie private». A tale proposito, pare che a Surprise, in Arizona, sia stato assegnato un appalto «a GardaWorld Federal, la società privata che gestisce l’”Alligator Alcatraz” in Florida, per convertire e gestire un carcere per immigrati con una capacità fino a 1.500 persone.
L’Alligator Alcatraz è un carcere da cui è impossibile scappare perché è circondato da centinaia di chilometri quadrati di paludi popolate da alligatori, serpenti e altre insidie. Un tempo era un aeroporto abbandonato, poi è stato trasformato in centro di detenzione per migranti, inaugurato dallo stesso Trump. La struttura che sorgerà a Surprise, invece, si estenderà su una superficie pari alla dimensione di sette campi da calcio e la sua apertura è prevista per settembre 2026».
Sappiamo come vengono trattati, in generale, gli immigrati. Possiamo immaginarci come possano essere trattati da dipendenti di ditte private il cui scopo è il profitto…
Un problema serio
L’immigrazione costituisce un problema piuttosto serio. È inutile negarlo a sè stessi ed è ancor più inutile negarlo agli altri.
Costituisce un problema, e l’ha sempre costituito, anche quando (fino a pochi decenni fa) eravamo noi Italiani a immigrare in massa in paesi più ricchi del nostro.
Gli immigrati, quasi sempre, creano problemi nei paesi d’accoglienza. (I nostri connazionali, ad esempio, ne hanno creati parecchi…).
I motivi sono facilmente intuibili: spesso si tratta di persone con una scarsa preparazione professionale (ma oggi questo è meno vero che in passato); in molti casi propense all’avventura (non è vero, e non è mai stato vero, che chi emigra lo fa soprattutto per disperazione). Quasi sempre, inoltre, (siano italiane, sudamericane, asiatiche o africane) sono persone portatrici di culture diverse da quella del paese d’accoglienza.
È normale che molte di loro incappino in qualche marachella, così come è normale che, nel cercare un’occupazione, finiscano per accettare condizioni di lavoro che i nativi non accetterebbero, attirandosi una certa antipatia.
L’inutile repressione
«Arginare l’immigrazione? È facilissimo! Noi l’abbiamo già fatto tante volte!». Così mi dicevano quarant’anni fa, con una buona dose d’autoironia, alcuni demografi statunitensi. E se è difficile farlo negli Usa, la cosa risulta chiaramente impossibile in Italia, paese che dispone di circa ottomila chilometri di coste (per lo più atte allo sbarco) e, soprattutto, dipende in larga parte dal turismo internazionale.
Neppure è possibile arginare l’immigrazione “aiutandoli a casa loro”, come diceva, alle sue origini, la Lega Nord del famigerato Umberto Bossi. “Aiutarli a casa loro” è certamente “cosa buona e giusta”, ma non serve a frenare l’emigrazione verso i paesi più ricchi: al contrario, fa sì che un maggior numero di persone possa disporre dei fondi necessari a tentare l’avventura.
Che piaccia o meno, il solo approccio possibile al problema costituito dalla presenza di immigrati (che, peraltro, è bene ricordarlo, oltre a creare problemi, ne risolvono) consiste nell’organizzare l’accoglienza nel migliore dei modi.
Peccato che l’accoglienza costi. E che qualcuno la debba pagare…
La sinistra
A mio parere, sarebbe opportuno che non la pagasse chi ha passato tutta la vita a lavorare, ed ora si gode (o spera di godere presto) la meritata pensione. La dovrebbe pagare chi nel corso degli ultimi decenni è diventato sempre più ricco, e continua ad arricchirsi (anche sfruttando il lavoro degli immigrati).
La sinistra dovrebbe dire queste cose. E dirle chiaramente!
Invece si divide tra chi rincorre la destra promettendo ai nativi una “sicurezza” affidata alle “forze dell’ordine” (che non possono, neppure se lo volessero, risolvere i problemi sociali) e chi blandisce gli immigrati arrivando a supportare le ideologie più oscurantiste nella speranza di attirarli all’interno delle sue ormai debolissime organizzazioni.
Non è questo ciò che facevano in passato gli internazionalisti!
Chi si rivolgeva prevalentemente ai nativi cercava di far capire che i problemi sociali non si risolvono con la repressione poliziesca, ma con la solidarietà tra i lavoratori e le lotte da loro portate avanti. E chi si rivolgeva agli immigrati cercava di far leva sui motivi che li avevano spinti ad abbandonare i paesi di origine e, a partire da tali motivi, convincerli a impegnarsi per costruire un mondo diverso, un mondo nel quale tutti potessero sentirsi parte di una nuova umanità.