di Luca Baroncini

C’era una volta il telegiornale e dopo iniziava la prima serata, con quiz, show, fiction o film, a seconda dei giorni. 

Già da un po’, diciamo dal dilagare di “Striscia la notizia” in poi, è tutto diverso, perché si è creata una nuova fascia preserale, chiamata “access prime time”, che ha lo scopo di fungere da traino per la prima serata. Il problema degli ultimi tempi è che questa fascia, anziché durare indicativamente dalle 20.30 alle 21, ha preso sempre più spazio e termina intorno alle 21.45, a volte anche oltre, con la diretta conseguenza di far cominciare la prima serata in seconda serata. 

È una battaglia sempre più serrata quella combattuta tra Rai 1 e Canale 5 che si contendono gli spettatori a suon di giochi basici, da una parte “Affari tuoi”, con Stefano De Martino, dall’altra “La ruota della fortuna”, con Jerry Scotti. Questi “game show” non richiedono particolare impegno, si possono guardare distrattamente, magari mentre si mangia o si riassetta nel post cena ma, soprattutto, e forse anche per questo, sono molto seguiti. Un film, una fiction, un programma televisivo, richiedono invece molto più impegno e cominciarli alle 21.45/22 significa quasi sempre non vederli fino alla fine, perché terminano a tarda notte, quando la maggioranza del pubblico è già andata a dormire. 

La questione di fondo è che a comandare non sono gli spettatori, che infatti si lamentano, ma gli inserzionisti che pagano le pubblicità, e in tempi in cui gli ascolti televisivi, con la concorrenza pressoché infinita di canali e l’avvento dello streaming, sono calati drasticamente, avere un’audience tra i 4 e i 5 milioni di telespettatori, a volte anche di più, garantisce introiti vitali per la sopravvivenza delle emittenti televisive. Bisogna inoltre considerare che grazie a questo assetto parte bene anche la successiva prima serata ritardata e il fatto che poi cali drasticamente (nessuno finisce più un film o guarda per intero un programma televisivo), sembra ininfluente, perché ormai non si ragiona più per valori assoluti (numero di spettatori), ma per share (percentuale di spettatori sul pubblico totale) e questo sistema consente alle emittenti di bilanciare i risultati. 

Poi, certo, c’è una parte del pubblico che progressivamente si sta disaffezionando dirigendosi verso le piattaforme che consentono valide alternative o i recuperi il giorno successivo, ma il vero problema è che nonostante lo scontento generale, di cui i social sono invasi, nessuno dei telespettatori si sogna di mollare il telecomando dalle 20.30 alle 21.45/22. E fino a quando ciò non accadrà le cose non cambieranno, con buona pace di chi si sveglia di primo mattino e non vuole andare a letto troppo tardi. C’è da ragionarci su, soprattutto nell’ambito del servizio pubblico che fa pagare un canone per rincitrullirci a suon di giochini scemi, e a certi meccanismi prettamente commerciali non dovrebbe soccombere. Un primo passo importante, da cui cominciare, è che dovremmo ricordare che un po’ di potere lo abbiamo ancora. Basta un clic.