di Luca Baroncini
È un dato di fatto, la tendenza degli ultimi anni è quella di proporre al cinema film sempre più lunghi, come se il valore di una opera cinematografica fosse strettamente correlato alla sua durata. Tra le righe si legge “ti faccio pagare un biglietto un po’ più alto, ma ti intrattengo anche per più di due ore, quello che ti propongo è un filmone, mica una commediola di 90 minuti scarsi!”.
Sulla scia di questi propositi, alcuni dei film di cui si è più parlato nelle stagioni recenti hanno effettivamente durate considerevoli, mentre invece le piattaforme pullulano di commediole sovrapponibili dai titoli improbabili e con un minutaggio limitato.
Pensiamo agli ultimi vincitori come migliori film agli Oscar: Oppenheimer (180 minuti), Anora (139 minuti), Una battaglia dopo l’altra (162 minuti); ma anche a film di successo di questa stagione come Cime tempestose (136 minuti), Michael (127 minuti), Avatar: fuoco e cenere (197 minuti), Norimberga (148 minuti).
Ecco invece qualche esempio di titoli in streaming: Guns Uo-Affari di famiglia (91 minuti), A Line of Fire-Sotto tiro (89 minuti), Mangia prega abbaia (91 minuti).
Se i primi hanno lasciato tracce di sé tra premi vinti, settimane di tenitura e successo di pubblico, i titoli dei secondi probabilmente non vi diranno nulla, perché destinati alla fruizione distratta dello streaming.
Ma chi ha deciso che i film “belli” devono durare molto e quelli “brutti” invece poco? Dove sono finiti i Mezzogiorno di fuoco (85 minuti), gli Orizzonti di gloria (88 minuti), i Stand By Me (89 minuti), i Carnage (79 minuti), le Foglie al vento (81 minuti)? Perché sappiamo tutti che quantità e qualità non sempre vanno di pari passo ed è la varietà, soprattutto la coerenza tra ciò che si vuole dire e il tempo che si ritiene adeguato per dirlo, a fare la differenza.
Tra l’altro per riempire minuti ci vuole anche materia narrativa e/o visiva vibrante, mentre capita spesso di pensare “poteva anche durare meno”, perché il bisogno di aderire a quello che è diventato un format impone un indugiare che risulta molte volte forzato. Con le serie televisive è particolarmente evidente, non sempre c’è bisogno di otto puntate per raccontare alcune storie e i riempitivi si captano subito.
Succede sempre più spesso anche al cinema. L’appello non è di fare film per forza brevi, ma di non imbrigliare e appiattire la creatività per farla aderire a un modello più facilmente vendibile. Meno formule e algoritmi, quindi, ma più film con personalità, di qualunque durata essi siano.
