Redazionale

La grazia non è, come potrebbe sembrare assistendo al film di Paolo Sorrentino, un provvedimento di clemenza riservato a chi deve scontare lunghe condanne alla detenzione!
Il 27 maggio 2010, una ragazza che si faceva chiamare Ruby Rubacuori, venne riconosciuta a Milano e segnalata alla polizia da Caterina Pasquino. Questa riferì di averla ospitata per una notte, e di essere stata da lei derubata di tremila euro. Intervenne subito una volante e la ragazza, priva di documenti, venne poi identificata come Karima El Mahroug, nata a Fquih Ben Salah il 1º novembre 1992.
Poco dopo Silvio Berlusconi contattò Nicole Minetti e la invitò a recarsi in questura al fine di risolvere la situazione. Per telefono, il presidente del consiglio raccontò al questore di sapere che era stata fermata una ragazza egiziana priva di documenti e che avrebbe potuto trattarsi della nipote del presidente dell’Egitto Hosni Mubarak.
Chiese pertanto di affidarla alla Minetti, per evitare un incidente diplomatico.
Il questore chiamò allora l’ufficiale di polizia giudiziaria, invitandolo a velocizzare la procedura di identificazione e affidare Ruby alla Minetti. Dalle successive indagini emergerà che, nella residenza di Berlusconi, si erano svolte, ra febbraio e maggio 2010, feste a cui avevano partecipato diverse ragazze, tra le quali la stessa Minetti e l’allora minorenne Ruby, che avrebbe fornito prestazioni sessuali in cambio di denaro e favori.
Nel gennaio 2011 vennero indagati in proposito, oltre al presidente del consiglio, anche Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti, per favoreggiamento della prostituzione.
Ma il 5 aprile 2011 trecentoquattordici deputati votarono che Ruby, la notte del 27 maggio 2010, era per lo stato italiano la nipote di Mubarak e quindi le sette telefonate di Berlusconi in questura per farla rilasciare erano da considerare telefonate di stato. Conseguentemente chiesero alla Corte Costituzionale di stabilire che tali telefonate, nell’ipotesi che costituissero reato, fossero giudicate dal Tribunale dei Ministri e non dal Tribunale di Milano.
La cosa, ovviamente, destò grande ilarità in tutto il mondo.
Il 19 luglio 2013 i tre imputati principali furono condannati a diversi anni di reclusione. Il 13 novembre 2014 la corte d’appello ridusse la condanna. Il 7 maggio 2018 diminuì ulteriormente le pene, condannando Fede a 4 anni e 7 mesi per favoreggiamento della prostituzione di Ruby, e Minetti a 2 anni e 10 mesi. La sentenza fu nuovamente impugnata, ma la Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi delle difese e le pene sono state confermate in via definitiva l’11 aprile 2019.
Non intendiamo, in questa sede, entrare nel merito delle abitudini del defunto presidente del consiglio e dei suoi allegri commensali. Né intendiamo approfondire le motivazioni della successiva condanna collezionata dalla Minetti in relazione a rimborsi chiesti al Consiglio regionale della Lombardia per spese personali (cene e alloggio in alberghi di lusso). Ci limitiamo a sottolineare che lasciano a dir poco perplessi sia la delibera votata all’epoca dagli onorevoli deputati in merito alla vicenda che coinvolse Ruby Rubacuori, sia la recente concessione della grazia alla Minetti (la cui pena nel frattempo era stata commutata in affidamento in prova ai servizi sociali). Concessione che porta la firma di Sergio Mattarella.
In Italia infatti, la grazia viene erogata dal presidente della Repubblica con atto controfirmato dal ministro della giustizia, e prescinde dal consenso dell’interessato.
Dal 29 gennaio 2022 (inizio del secondo mandato di Mattarella) i provvedimenti di clemenza individuale sono stati 36 (cioè meno di nove ogni anno) su di un totale di 1.705 pratiche esaminate. La Minetti rientra dunque in quella ristretta percentuale di candidati (circa il 2%) cui la grazia richiesta è stata concessa. Davvero una donna fortunata!