recensione di Luca Baroncini;

di Shahrbanoo Sadat
con Shahrbanoo Sadat, Anwar Hashimi, Liam Hussaini, Yasin Negah.
Lei lavora come cameramen in una stazione televisiva, lui è il giornalista più importante dell’emittente e le offre un’opportunità di carriera. Tra i due nasce una simpatia che, tra i mille problemi di giornate in cui nulla sembra andare per il verso giusto, potrebbe evolvere in una storia d’amore.
Sembra l’inizio di una commedia romantica come tante, ma tutto cambia quando si scopre che la vicenda è ambientata a Kabul, tra l’altro nel 2021, quindi in un momento cruciale per la storia del paese, alla vigilia del ritorno dei talebani al potere dopo il ritiro delle truppe internazionali.
Da un film ambientato in Afghanistan ci aspettiamo sempre e solo che l’urgenza abbia il sopravvento. La regista Shahrbanoo Sadat parte invece da un presupposto tanto semplice quanto rivoluzionario: distaccarsi dal senso unico della stragrande maggioranza dei film ambientati in paesi con regimi autoritari e situazioni culturali e sociali brucianti, in cui il tema forte prende sempre il sopravvento, il messaggio diventa centrale e tutto ruota intorno all’ingiustizia che si vuole denunciare.
Il risultato è una godibile commedia romantica, probabilmente la prima di ambientazione afghana (anche se è stato girato interamente in Germania) a essere distribuita nei cinema occidentali.
Attenzione, però, la regista e protagonista non nega il contesto politico, ma non lo rende mai il fulcro del racconto e vuole prima di tutto raccontare una storia con personaggi veri e credibili. I protagonisti sono quindi Naru e Qodrat che non sono tutte le donne e tutti gli uomini afghani, ma solo e soltanto Naru e Qodrat, ed è proprio questa specificità a rendere il film interessante e realmente problematico, perché in grado di veicolare molte verità senza il bisogno di spiegarle.
Per dire, Naru è l’unica cameramen donna in un contesto super maschilista, si è allontanata dal marito traditore e fannullone e lotta quotidianamente per mantenere la custodia del figlio di tre anni, mentre Qodrat è vittima di intimidazioni già prima che il ritorno dei talebani sottometta definitivamente i media locali alla censura.
Il titolo (“No Good Men”, cioè “nessun brav’uomo”) fa riferimento alla difficoltà per il genere maschile di essere “buono” quando tutto porta con grande facilità a non esserlo ed è una chiara critica, come del resto il film, alla cultura patriarcale. La regista, nata e cresciuta in Afghanistan, nel 2021 è stata evacuata dall’esercito e ora vive in Germania. Il film è stato selezionato come opera d’apertura della Berlinale 2026.