di Luciano Nicolini ———-

«Mi ha supplicato di fare una foto. Voleva tantissimo una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!». Con queste parole il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha commentato – in una telefonata del 19 giugno con un giornalista italiano – il suo incontro con la presidente del consiglio Giorgia Meloni (avvenuto durante il G7 che si è tenuto dal 15 al 17 giugno).
Il velenoso commento del presidente degli USA ha provocato, oltre all’immediata e stizzita smentita della Meloni, le critiche a quest’ultima da parte della “sinistra” istituzionale, felice di poter parlar male della presidente del consiglio.
Tra i numerosi articoli di quei giorni, mi ha colpito particolarmente un testo, senza firma, pubblicato da HuffPost il 22 giugno e intitolato “Meloni ti presento il patriarcato”.
«L’evidenza degli errori di Giorgia – così inizia l’articolo – è talmente chiara (dal tifo per il Nobel per la pace, alla distanza dai partner europei quando ancora credeva di essere un ponte con il Tycoon, dall’asservimento per il piano di riarmo con tanto di imposizioni sul quanto e sul come pagare ecc.) che val la pena vedere l’unica cosa “positiva” di questa vicenda. Giorgia Meloni ha toccato con mano il disprezzo di tutta quella cultura patriarcale che lei e il suo partito spesso non ammettono e non riconoscono. Il presidente degli Stati Uniti ha imposto le sue regole da dominus della peggiore cultura prevaricante e piena di mancanza di riconoscimento dell’altro e lei è cascata in pieno nella fossa maleodorante di quelle dinamiche. Pensava di potersi salvare con una serie di atteggiamenti di accondiscendenza a dir poco imbarazzante, adottando il classico stile della ancella e quella seduttività servile tanto cara al patriarcato (tu sei forte e potente, io ti ammiro, esalto e ubbidisco): ha invece imparato a sue spese che la millenaria sub-cultura dell’asimmetria tra i generi, quella che in politica diventa la cooptazione con cessione di dignità al “macho alfa” o al violento, al narciso manipolatore e distruttivo, non solo non ha funzionato, ma non funzionerà né ora né mai».
Nel leggere, sono rimasto assai perplesso. Francamente sono convinto che la Meloni, in quanto donna, nel corso della propria vita abbia abbondantemente «toccato con mano il disprezzo di tutta quella cultura patriarcale che lei e il suo partito spesso non ammettono e non riconoscono». E immagino sia anche consapevole che la sua nomina a presidente del consiglio è stata resa possibile (oltre che dalle sue indubbie capacità politiche) dalla morte di un tipico “maschio alfa” (Berlusconi), dalla (momentanea?) caduta di un altro “maschio alfa” (Salvini) e dalla scarsa popolarità di un terzo maschio, assai capace ma non carismatico, quale risulta essere Tajani.
«Chi comanda il destino del meno forte – prosegue l’articolo – può schiacciare e decidere in qualunque momento e senza alcuna cura per l’altro. E se sei immerso in quella cultura dove il “padre padrone” detta le regole e non ti ribelli, dall’alto del tuo status, cara Giorgia, sei una vittima come tante altre.
Curioso dover ricordare alla “madre cristiana e ipernazionalista” che non esiste politica senza reciprocità di rispetto, di azione e di considerazione. Esiste, al contrario, solo la dinamica della sudditanza e della pericolosa imprevidibilità di chi è abituato a prevaricare. Una situazione che, se Meloni conoscesse meglio il fenomeno della violenza maschile sulle donne, non avrebbe fatto troppa fatica a leggere e a prevenire.
Perché, nel fenomeno della violenza, l’escalation è certa: in un rapporto senza parità e rispetto, ma solo una relazione tossica, non puoi che arrivare al prossimo schiaffo, alla successiva aggressione, all’offesa e, ahinoi, alle tragiche e irreversibili conseguenze».
Di fronte a tali affermazioni, le mie perplessità sono aumentate: tutti sanno che chi comanda il destino del meno forte può schiacciare e decidere in qualunque momento e senza alcuna cura per l’altro!
Ed è curioso dover ricordare a chi ha scritto l’articolo in questione (maschio o femmina che sia) che non esiste in politica la reciprocità di rispetto, di azione e di considerazione. Esiste, al contrario (come la Meloni sa fin troppo bene), la dinamica della sudditanza e della pericolosa imprevidibilità di chi è abituato a prevaricare.
Che cosa c’entra, in tutto questo, la violenza maschile sulle donne?
Zelensky, che pochi mesi fa è stato umiliato in mondovisione da Trump, è forse una donna?
«Il parallelo che sto presentando con le dinamiche della violenza maschile sulle donne ha tuttavia una differenza: le donne che in Italia subiscono violenza da parte degli uomini – prosegue l’articolo – non sono nella posizione di potere della nostra premier.
Quelle donne sono quasi sempre sotto un ricatto manipolatorio e odioso (…). Meloni invece ha dato prova di come, anche una donna di potere enorme come lei, se si fa schiacciare dal patriarcato, compromette la sua postura politica davanti al mondo. La responsabilità politica quindi è certamente tutta sua, inequivocabile e imperdonabile. Ha proposto l’immagine di una Italia con un ruffiano senso della sottomissione e della compiacenza, pensando di portare a casa elemosine utili più alla sua causa che a quella del nostro Paese. Ma la dinamica che Trump conosce benissimo, quella culturale della prevaricazione di genere, ha fatto il suo gioco umiliante e velenoso».
La mia impressione è che la “dinamica culturale della prevaricazione di genere” questa volta c’entri ben poco: Berlusconi e Napolitano obbedirono agli ordini del presidente degli USA quando si trattò di bombardare uno stato, quello libico, con il quale avevano appena firmato un patto di amicizia. D’Alema, addirittura, comunicò agli Italiani, a reti televisive riunite, che stavamo bombardando un paese, la Serbia, con il quale l’Italia aveva, fino a poco tempo prima, ottimi rapporti.
La Meloni invece (proprio perché donna?) ha risposto a Trump per le rime.
Parole che lasciano il tempo che trovano? Certo. Ma l’Italia, uscita sconfitta dalla criminale guerra voluta da Mussolini, è attualmente, come ben sappiamo (e come ben sa la Meloni), un paese a sovranità limitata.