romanzo di Jeremy Cooper

Recensione di Luca Baroncini

Brian, protagonista dell’omonimo romanzo di Jeremy Cooper, è il classico “uomo invisibile”. Vive a Londra una vita tranquilla, fatta di confortante routine: ha un posto fisso, abitudini consolidate, non ha amici, nessuna relazione affettiva, neanche con i parenti più prossimi, e un istinto di autoprotezione lo porta a controllare ogni cosa, prevedere ogni reazione e rendersi il più possibile trasparente. 

Un giorno si concede una proiezione cinematografica presso il British Film Institute dove vede “Il texano dagli occhi di ghiaccio”, diretto e interpretato da Clint Eastwood, e l’esperienza lo inebria. Comincia così una frequentazione sempre più assidua che lo porta a diventare esperto di cinema giapponese, ma, soprattutto, ad avere piccoli assaggi di socialità grazie ai frequentatori abituali, i classici cinefili incalliti. Nel cinema trova la sua dimensione e attraverso i film apre una finestra sul mondo cominciando così un progressivo, lentissimo, scioglimento. 

La solitudine di Brian, scudo contro cui si difende da una vita che evidentemente non gli è stata complice, ricorda quella dello scrittore, di cui il protagonista sembra una sorta di alter ego. Jeremy Cooper è infatti diventato celebre scrivendo “Ash Before Oak”, ancora inedito in Italia, che racconta la depressione di un uomo che sceglie di vivere da solo in una tenuta del Somerset, dove lo scrittore si è ritirato, e passa il tempo commentando in un diario la flora e la fauna locali.  In “Brian” troviamo nuovamente una solitudine e ancora il rifugio nella rassicurante metodicità di una passione che nulla chiede in cambio se non una piacevole dedizione che permette di evadere dalla realtà percependola solo attraverso lo schermo di un cinema.

Parte integrante della narrazione sono i film che Brian vede, commentati e a volte approfonditi, che poi sono i film che lo stesso Cooper ha visto al British Film Institute, come lui stesso ha dichiarato in alcune interviste. Il libro è diventato un caso editoriale ed è stato, un po’ esageratamente, paragonato a “Stoner” di John Williams e “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout, anche se risulta più autoreferenziale e meno universale e in grado di parlare a tutti di entrambi; chi non è appassionato di cinema rischia infatti di essere in parte tagliato fuori e gli altri restano con il dubbio se sono stati testimoni di un punto di vista alternativo e prezioso o alla mercé dello sfogo misurato ed edulcorato di un sociopatico. 

In fondo poco importa, l’opera scivola piacevolmente, ma il dubbio si fa strada nel retrogusto e ridimensiona un po’ la portata dell’opera.