di Luca Baroncini.

Si è concluso il festival di Venezia che da 82 edizioni sonda la contemporaneità attraverso il cinema.
È stata una edizione con opere molto interessanti, migliore di quella dell’anno scorso, dove ai grandi nomi non sempre hanno corrisposto film all’altezza. Il cinema si è rivelato ancora una volta un termometro molto attendibile delle tensioni del mondo.
Ma partiamo dalla fine.
A far discutere è stato soprattutto il verdetto della giuria che ha attribuito il massimo riconoscimento a Father Mother Sister Brother (18/12/25) di Jim Jarmusch, un film mediamente apprezzato ma di cui si è parlato poco e in effetti piacevole, malinconico, ma anche non memorabile. Il favorito era il franco tunisino La voce di Hind Rajab (25/09/25), della regista Kaouther Ben Hania, un’opera che ha subito infiammato gli animi sia per ciò che racconta che per come lo fa: 24 minuti di applausi alla proiezione pubblica, voto della critica 4,1 su 5, il più alto del concorso. Racconta una storia vera, quella delle ultime ore di vita nell’inferno di Gaza di Hind Rajab, una bambina di sei anni ultima sopravvissuta in un’auto crivellata di colpi, con l’unica speranza nel contatto telefonico con i volontari della Mezzaluna Rossa. La particolarità della messa in scena è che vengono utilizzate le registrazioni originali, con la voce di Hind Rajab mentre è in auto e chiede aiuto. Il film è quindi una commistione tra finzione e realtà. Si ricostruisce la sede dei volontari, interpretati da attori che recitano intorno alla vera voce della bambina. L’effetto è straniante: 90 minuti di strazio nell’ascoltare le invocazioni di aiuto di chi sappiamo che non riuscirà a essere salvato.
È il genere di film che parla alla pancia, con l’intento di fare rumore e scuotere le coscienze. Non è il cinema che preferisco, tutto messaggio e reazione epidermica, giocato su un unico registro che è quello dell’urgenza. La sua presenza in concorso ha suscitato una divisione tra chi pretendeva il Leone d’Oro per supportare la causa palestinese e chi invece lo ha considerato un film come gli altri, da valutare quindi per i suoi meriti artistici.
La Giuria ha cercato il compromesso. Alla fine ha vinto, non senza polemiche, il Gran Premio della Giuria, nella gerarchia dei premi il secondo posto, creando malcontento in molti, convinti che la buona causa avrebbe indotto la giuria a mettere da parte ogni altro criterio. Il corto circuito è stato che il Leone d’Oro è andato a un film passato abbastanza in sordina, non tra i favoriti.
Succede quasi sempre, quest’anno in modo ancora più veemente, che le decisioni della giuria vengano messe in discussione, che i premi attribuiti non soddisfino, ma sono le regole del festival, non si tratta di un voto del pubblico, ma vengono scelte alcune personalità del mondo dello spettacolo e affidato a loro il compito di decidere quali sono i film che meritano di distinguersi. Le variabili da considerare sono quindi le più svariate, una delle più importanti è sicuramente il gusto di ogni giurato, in primis il presidente di giuria che quest’anno era Alexander Payne, regista U.S.A. votato al cinema indipendente che probabilmente ha trovato più affinità con il minimalismo di Jim Jarmusch che con un film soprattutto “necessario”, con tutte le insidie che l’abusatissimo termine implica.
Made in U.S.A., e sempre in minore, anche il premio per la regia che è andato con generosità a Benny Safdie per The Smashing Machine (19/11/25), con Dwayne Johnson nel ruolo del lottatore di arti marziali miste Mark Kerr, coprodotto da A24, una delle più importanti case di produzione cinematografiche indipendenti.
Più varia, per fortuna, la distribuzione geografica degli altri riconoscimenti. C’è infatti spazio anche per l’Italia, con la Coppa Volpi andata a Toni Servillo per la sua bella interpretazione di un Presidente della Repubblica afflitto dal dubbio in La grazia di Paolo Sorrentino (15/01/ 26), opera tra le più riuscite del regista napoletano. Per restare in terra campana, anche il documentario di Gianfranco Rosi, Sotto le nuvole, dedicato interamente alla città di Napoli, ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria.
Si va invece a oriente per la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile che ha premiato Xin Zhilei per il cinese The Sun Rises On Us All (2026), un racconto morale incentrato su sacrificio e redenzione.
Il premio alla migliore sceneggiatura è andato invece al francese À pied d’œuvre (2026), di Valérie Donzelli, racconto di un uomo che abbandona il certo, un lavoro di fotografo in cui si è affermato, per l’incerto, lo scrittore, con tutte le difficoltà insite nell’aderire a una prospettiva di vita all’insegna della precarietà, dove non si vuole essere migliori degli altri, esibire un talento eccezionale, diventare milionari, ma semplicemente seguire il proprio imprescindibile sentire. Una boccata di ossigeno in questi tempi di desideri a senso unico dove pare che il valore di ogni cosa sia proporzionato unicamente al suo prezzo di mercato.
Nel Concorso ha colpito anche il ritorno di Kathryn Bigelow con l’apocalittico A House of Dynamite (24/10/25, ma su Netflix) il cui tema è l’annientamento dell’umanità. Lo spunto è offerto da una ipotesi tanto terribile quanto non così remota: cosa succederebbe se gli Stati Uniti identificassero sui propri radar una testata nucleare di provenienza ignota a una ventina di minuti dallo schianto previsto sulla città di Chicago? Prevarrebbe il buon senso o ormai abbiamo trasformato il mondo in una polveriera sempre sul punto di esplodere?
Fuori Concorso si pone in modo problematico anche il film di Luca Guadagnino After the Hunt (16/ 10/25) che ha segnato la prima volta di Julia Roberts al festival di Venezia. Un racconto a più strati, ambientato nel mondo universitario ed esclusivo di Yale, che ci fa riflettere sulle derive dell’inclusività e sull’ipocrisia del nostro modo di porci nei confronti del prossimo, sempre con il rischio di essere mal giudicati perché abbiamo detto la parola sbagliata nel contesto sbagliato. Ma dietro a una forma diventata sostanza, cosa pensiamo veramente? Ormai, forse, non lo sappiamo più nemmeno noi.
Riuscito anche l’italiano Un anno di scuola di Laura Samani (primavera 2026), presentato nella sezione Orizzonti e vincitore del premio per il migliore attore andato al giovanissimo Giacomo Covi. Si racconta l’ultimo anno di scuola di un istituto tecnico triestino in cui gli equilibri della classe, composta solo da ragazzi, vacilla nel momento in cui si inserisce una ragazza svedese trasferitasi da poco per il lavoro del padre. La regista riesce a trasmettere l’intensità e il groviglio di emozioni della tarda adolescenza con grande spontaneità. E per finire suggerisco il meraviglioso Scarlet di Mamoru Hosoda (2026) che attraverso un’animazione molto accurata e fantasiosa racconta non solo una storia di vendetta che si trasforma in perdono, ma mescola suggestioni, avventure, emozioni che ci fanno credere che un mondo migliore sia davvero possibile. In questi tempi confusi, incattiviti e armati, ciò di cui abbiamo assoluto bisogno.
(tra parentesi la data di uscita al cinema in Italia)