recensione di Luca Baroncini———–

di Tommaso Landucci

con  Riccardo Scamarcio, Fausto Russo Alesi,  Lidiya Liberman, Luigi Diberti———

Dario è il papà di un bambino disabile. È un padre presente, vuole molto bene al figlio, lo aiuta costantemente insieme alla moglie ed è un punto di riferimento imprescindibile in un quotidiano tutt’altro che semplice. Il film racconta il suo ménage familiare e la progressiva complicità che stabilisce con il nipote Giacomo, il figlio di suo fratello, accentuata anche dalla ribellione adolescenziale del ragazzo che ha genitori particolarmente oppressivi, più inclini al rispetto delle regole che al dialogo. 

In un inevitabile, quanto molto umano, gioco di specchi, il nipote finisce per diventare per Dario quel figlio che non ha mai avuto ma ha sempre sognato di avere. Con grande sensibilità il regista, attraverso una sceneggiatura scritta insieme a Damiano Femfert e vincitrice del premio Solinas nel 2021, approfondisce un lato nascosto della genitorialità, estendibile a tutti i genitori che hanno figli che non rispondono alle proprie aspettative. Non ci sono svolte epocali, scene madri risolutive, ricatti emotivi, il percorso di Dario si affida poco alle parole e molto al non detto, sfruttando la espressività, mai debordante, di un bravo Riccardo Scamarcio che interpreta un personaggio che si trova, senza troppa iniziale consapevolezza, a contrapporre un figlio “ideale” con uno invece “reale”. 

C’è una sequenza molto bella in cui Dario e Giacomo vanno a fare un percorso con moto da trial e gli amici di Dario, che non lo vedono da tempo, pensano che Giacomo sia suo figlio. Dario non chiarisce il malinteso, si limita a far finta di niente, lascia che gli amici continuino a pensare che Dario sia suo figlio, rendendo per un attimo vera quella che fino ad allora era stata solo una fantasia per lo più inconscia. 

Il film è tutto giocato su piccoli scarti di progressiva consapevolezza e il bagno al figlio disabile, con cui si apre e chiude molto teneramente il film, ha in mezzo un percorso di maturazione del protagonista. Un viaggio credibile e sussurrato, già evocato dal formato dello schermo 4:3 (quasi quadrato), fin troppo di moda negli ultimi anni, ma qui particolarmente adatto per sondare l’intimità del protagonista e un tema tabù della genitorialità, quello che il regista ha definito come “il dolore per il figlio immaginato”. Il film, presentato al Festival di Venezia nella sezione “Orizzonti”, ha vinto due meritati premi: per la sceneggiatura e per l’interpretazione di Riccardo Scamarcio.