recensione di Luca Baroncini———-
di Gianni Amelio

con Alessandro Borghi, Valeria Golino, Valerio Mastandrea, Beidja Yahiaoui ———
Il nuovo film di Gianni Amelio parte animato dalle migliori intenzioni che sembrano essere quelle di scuotere le coscienze dall’indifferenza di un presente poco empatico nei confronti della sofferenza e del disagio altrui.
Il tema centrale è molto attuale, si parla di immigrazione, e viene affrontato di petto. Una didascalia avvisa “questa storia deve ancora accadere”, ma difficilmente i fatti raccontati si potrebbero verificare nella realtà, almeno con il candore con cui ci vengono proposti. Ed è questo il maggior difetto del film, quello di immergersi nelle derive della contemporaneità senza però reale problematicità, ma con una tesi forte da impartire a mo’ di lezione allo spettatore attraverso un racconto che si mantiene in un altrove astratto che resta il più delle volte pura teoria, quasi simbolico nel suo improbabile evolversi. Basta pensare al timorato libraio, interpretato con la consueta adesione al personaggio da un bravo Alessandro Borghi, che non vende un libro dal suo mesto banchetto in una piazza romana, eppure vive al centro della capitale in una grande casa di proprietà e sembra non avere alcun problema economico. Lo spunto sarebbe anche forte un immigrato affida al protagonista il figlio in strada intimandogli di occuparsene, lui rifiuta allontanandolo ma il bambino non smette di seguirlo finendo investito da una moto – ma gli sviluppi sbandano verso una tesi forzatamente inclusiva non priva di retorica. Il film diventa l’elaborazione del lutto di un padre (per pochi istanti) che assume su di sé la colpa di un paese indifferente al prossimo. Tutto giusto ed edificante, ma portato avanti per tappe di una via crucis che non ha nulla di verosimile.
È soprattutto la caratterizzazione del protagonista a non essere credibile, la sua ingenuità, la ragionevolezza con cui affronta i dilemmi del presente, la sua disponibilità verso il prossimo, paiono quelle di un uomo che ha sempre vissuto isolato dal mondo. Di lui e del suo passato non sappiamo quasi nulla, ma sembra appartenere a un universo ideale che fatica a diventare reale e cozza con una messa in scena che non ha invece nulla di allegorico. Come diretta conseguenza, cadono nel vuoto anche tutte le implicazioni suggerite dal soggetto, perché indotte da una narrazione costantemente forzata e predicatoria (anche il modo in cui invita alla lettura produce l’effetto contrario).
Peccato, perché le intenzioni e lo spunto iniziale potevano portare a ragionare sul presente, così invece si è solo destinatari di messaggi calati dall’alto.