di Luciano Nicolini.

Nel Sudan, il cui confine dista dall’Italia quanto quello dello stato di Israele, sono morte, negli ultimi due anni, oltre centomila persone a causa della guerra. Più di dieci milioni sono stati gli sfollati, innumerevoli le donne stuprate. E tutto questo accade vicino alle località sul Mar Rosso dove molti di noi vanno a trascorrere le vacanze.
Anche in Ucraina, teatro principale della guerra con la Russia, pare che le vittime abbiano largamente superato i centomila morti. Più di otto milioni sono gli sfollati. Numerosi, anche qui, gli atti di violenza gratuita.
E non sono i soli conflitti che funestano il mondo. Ma in Italia, nel corso degli ultimi mesi, si è parlato quasi unicamente del conflitto mediorientale.
Tempeste mediatiche
Dei Sudanesi sembra che nessuno si interessi. Molta maggior attenzione, recentemente, è stata rivolta al conflitto tra Russia e Ucraina. Tuttavia, da quando Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti, la Russia non sembra essere più considerata dalla stampa e dalle televisioni il nemico pubblico numero uno.
Il nemico pubblico numero uno è ora lo stato di Israele, accusato di pulizia etnica (dimenticando che al suo interno vivono circa due milioni di Arabi, e che nessuno li va a prelevare casa per casa come veniva fatto con gli Ebrei).
Passerà anche questa buriana mediatica?
È possibile. Anche se, in questo caso, si innesta su di un sentimento antisemita assai diffuso nel nostro paese.
Niente di nuovo sotto il sole
La verità è che la guerra fa schifo. Fa schifo ciò che accade in Sudan. Fa schifo ciò che accade in Ucraina, dove l’invasione ordinata da Putin non ha di certo migliorato la situazione. Fa schifo ciò che accade in Palestina, dove a proposito del massacro effettuato da Hamas il 7 ottobre 2023 si può affermare la stessa cosa.
E che dire dei duecentomila morti (quasi tutti civili) causati dalle bombe atomiche sganciate nel 1945 dalla aeronautica statunitense su Hiroshima e Nagasaki? E degli oltre venticinquemila morti (quasi tutti civili) causati dal bombardamento di Dresda nel corso dello stesso conflitto?
Una guerra di liberazione dal mostro nazifascista la cui vittoria, purtroppo, fu festeggiata dai vincitori con un’ondata di stupri di massa dei quali furono vittime le donne tedesche.
Strane convergenze
Ma torniamo a quanto sta avvenendo in Italia. La sinistra sta promuovendo, quasi all’unanimità, una serie di iniziative contro lo stato di Israele, denunciandone i crimini di guerra. La cosa è certamente positiva, anche se sarebbe opportuno denunciare, insieme ad essi, anche i crimini di guerra di Hamas.
Che non lo si faccia non mi stupisce: è antica abitudine della sinistra italiana, in occasione dei conflitti, schierarsi con entusiasmo a fianco di uno dei due contendenti. Ciò che appare singolare è che, questa volta, si sia schierata a fianco di Hamas, un’organizzazione fondata su quei valori, dio, patria e famiglia, che da sempre caratterizzano le organizzazioni di estrema destra.
E che dire di un governo di destra, quello della Meloni, che prende (sia pure cautamente) le difese dei figli di coloro che, ottanta anni fa, la destra italiana spediva nei campi di sterminio?
Beh, in quest’ultimo caso, conta la strategia politica: se intende rimanere al governo a lungo (e su questo non ho dubbi) Giorgia Meloni deve farsi amare da Trump. E per farsi amare da Trump deve sostenere il suo alleato israeliano…
La furba Meloni
A proposito, il 27 agosto la premier si è recata a Rimini, al meeting di Comunione e Liberazione, dove è stata accolta trionfalmente dai cattolici di destra.
Nel discorso tenuto in tale occasione, dopo essersi esibita in un abile esercizio di equilibrismo riguardo a quanto sta avvenendo in Palestina (“Non abbiamo esitato un minuto a sostenere il diritto alla difesa di Israele dopo il 7 ottobre. Ma non possiamo tacere ora dopo che la reazione è andata oltre il principio di proporzionalità, mietendo vittime innocenti e coinvolgendo anche le comunità cristiane che sono da sempre un fattore di equilibrio nella regione”), è subito passata a parlare del problema della casa.
“Una delle priorità con cui intendiamo lavorare con Matteo Salvini che ringrazio – ha detto – è un grande piano casa a prezzi calmierati per le giovani coppie”. Promessa assai vaga, ma buona per attirare le simpatie dei numerosi giovani presenti.
Giovani cui non dispiacerebbe anche un calmieramento delle bollette, e ai quali Giorgia Meloni, ben sapendolo, annuncia enfaticamente: “Intendiamo sostenere le imprese, dove l’obiettivo principale che mi pongo è l’abbassamento strutturale del costo dell’energia che pesa come un macigno sull’economia italiana”.
In che modo? Non è dato saperlo. Anche perché non sembra che la fonte nucleare, verso la quale il suo governo è orientato a rivolgersi, sia economica. Ma la cosa non ha molta importanza, l’importante è arrivare al cuore di chi ascolta: “Abbiamo avviato la riforma dell’Irpef – afferma – ora è tempo di fare di più e concentrare la nostra attenzione sul ceto medio”.
E le classi subalterne?
Giorgia Meloni non le cita nemmeno: sa bene che oggi tutti si considerano “ceto medio”, e che parlando di “classi subalterne” rischierebbe di offendere i suoi ascoltatori.
Se ne guarda bene, anche perché (soprattutto in un ambito ecclesiastico come quello) “tutti i salmi finiscono in gloria”.
E infatti conclude dicendo che il governo andrà “avanti” con “le tre grandi riforme, a partire da quella del premierato”, fondamentale per garantire “stabilità”.
Ha fatto seguito una ovazione di oltre un minuto: mi sa che la dovremo sopportare ancora per un bel po’ di tempo.