di Roberto Scaglione
L’inettitudine di Zeno Cosini, precursore ideale del “mantenuto”

La capacità di rivelare in anticipo fenomeni postumi, compete a due distinte categorie di individui: i profeti e gli artisti. Se i primi sono tendenzialmente relegati alla religione e con questa congiunti in un rapporto di reciproca interdipendenza che ne vuole e giustifica la loro subalternità, i secondi paiono viceversa del tutto emancipati da ogni forma di fideistico dominio; seguendo invero l’unico istinto della ragion propria, che li sospinge a richiedere l’ausilio delle sole pertinenti energie entro cui si convogliano gli sforzi dialettici che il vaticinio indirettamente impone: sia ai primi che ai secondi.
Data l’indubbia l’esistenza di tali tipologie demarcate, è altrettanto corretto affermare che la seconda di queste può metaforicamente includere i tratti della prima: essendo infatti noti, diversi artisti “profetici”.
Se l’arte è quindi una profezia e la letteratura è un’arte tra queste, nei casi più eccellenti il letterato (e di riflesso lo scrittore) sarà anche un profeta; in grado di vaticinare gli eventi futuri, o che in un secondo tempo troveranno una propria – o migliore – collocazione sociale. Come la figura del “bamboccione” in Italo Svevo, che si evince dalle sue trattazioni in lavori come, sopra le altre, “La coscienza di Zeno”; capolavoro recante una concezione psicologica connessa all’esperienza del tempo, che si rinviene nell’inetto e nell’annessa inettitudine. Principiata dallo scrittore triestino con i precedenti romanzi “Una vita” e “Senilità”, tale conformazione comportamentale fu compiuta, nella sua versione definitiva, proprio con l’opera che vede protagonista Zeno Cosini: il personaggio forse più abulico, nella storia della letteratura globale.
È proprio questi il vaticinato precursore letterario del “bamboccione”, che nell’inconsapevolezza dello stesso autore, solo nei successivi decenni avrebbe riscosso il grande successo attribuitogli dalla critica: che lo riconobbe quale primo esempio applicato di romanzo psicanalitico.
E che potrebbe adesso scorgerne, tra l’altro, il valore “aggiunto” dell’inoperosità alla luce degli avvenimenti sociali che vogliono sempre meno matrimoni e più divorzi, meno posti di lavoro e più disoccupazione; con aumento della “popolazione” dimorante nel domicilio fisico dei genitori e, da questi, molto spesso economicamente dipendente.
Un presupposto che ci riporta chiaramente a quanto letto nell’opera sopra accennata, laddove Zeno è figlio di un commerciante, dunque esponente della borghesia imprenditoriale che fu il motore socioeconomico nell’occidente capitalista a partire dal XIX secolo; e che, proprio in principio del secolo XX, sfruttando i primi sussulti della borsa internazionale raggiunse l’apice del liberismo: con speculazioni mirate, atte ad arricchire una classe sociale già di per sé alquanto abbiente.
I valori della quale, contrastano nettamente con quelli promulgati da Zeno, in una voluta antitesi ideologica in cui l’operosità della borghesia duella costantemente con la sfacciata inoperosità del protagonista; che serenamente la ostenta, rallegrandosene quasi, in parallelo al suo autore: commerciante borghese alla luce del sole e di notte scrittore.
È apprezzabile che Svevo non si “vergognasse” affatto a narrare di un inetto, in un’epoca in cui tale figura avversava proprio la classe dominante e di maggior prestigio sociale; cui se inizialmente Zeno aderì di diritto per il suo appartenervi dalla nascita, in seguito tendeva a privarsi di tale privilegio per il suo naturale discostarsene.
Secondo un distopico paradigma in cui si potevano scorgere i segni evidenti dei primi sintomi di lassismo in ambito sociale e soprattutto professionale (o più genericamente lavorativo), propri più della nostra contemporaneità che della sua pur fittizia realtà narrativa, a cavallo tra i due secoli.
Difatti nell’attuale contesto socioeconomico la sua esistenza letteraria non stupirebbe ed effettivamente per nulla sorprende, parendo invero una normale descrizione di cronaca più che la visione profetica di un uomo che di giorno lavorava e la notte scriveva. Svevo in primis, rappresentò all’apparenza il fedele stereotipo borghese dall’instancabile fiuto funzionale all’impegno nel lavoro; verosimilmente per qualunque esso fosse e senza troppa distinzione, tra i rapporti di subalternità potenziali a insorgere dall’interno di un qualsivoglia contesto lavorativo.
Semmai meraviglia che un uomo tanto infaticabile abbia inteso trattare, peraltro e giustamente in maniera ironica, la propria nemesi; creando e istituendo involontariamente l’archetipo sociologico del mantenuto di casa, l’odierno “bamboccione”.
Figura che, a inizio ‘900, pienamente avversava non solo gli ideali produttivistici della borghesia commerciale, quanto i medesimi canoni di ogni letteratura pregressa, allora decisamente restia a concedersi il privilegio elitario di proporre un inetto in un’opera ragionata; che presentava quest’ulteriore contrasto atipico dell’indaffarato improduttivo e della sua dimora fissa, ossia un mondo in continua e nevrotica espansione: di sé stesso verso gli altri e verso l’altro, nonché di sé stesso in sé medesimo.
Zeno, nevrotico per antonomasia, si autoespelle inconsapevolmente da quest’assurda e indefinita ricerca del successo, non manifestando alcun sacro dovere morale (ogni promessa non la mantiene) anzitutto verso sé stesso; e poi per la propria classe sociale di origine: un po’ come il “bamboccione”, il mantenuto del XXI secolo. Quasi atarassico ai propri doveri sociali, la sua disoccupazione principalmente verte sulla propria inettitudine; tanto buona a non lasciargli ottemperare quei servigi che, sia la maggiore età anagrafica che la duplice condizione familiare e sociale, nettamente gli imporrebbero.
Cosicché nel fuoriuscire dall’ordinaria e stratificata consuetudine collettiva della costrizione al lavoro, Zeno assurge a emblema nascente di un distorto anticonformismo sociale: laddove è mantenuto, in vita, dal solo proprio ozio.
Un anticonformismo che oggi assume un sapore piuttosto conformista, per la comune tendenza cui sono avvezzi parecchi individui intossicati dalla noia; figli di un tempo in cui, l’istinto a tediarsi presto, prevale spontaneamente sulla ragione che li vorrebbe adoperarsi altrettanto celermente.
La profezia letteraria di Svevo avvertì quindi anzitempo sul futuro cui la società poteva incorrere, assieme alla letteratura che la esprime. Entrambe, apparrebbero ormai sempre più depresse dalla precarietà relativa all’assenza di efficaci stimoli: o dall’impossibilità di recepirli adeguatamente.