Recensione di Luca Baroncini.

(miniserie tv disponibile su Netflix)

Sono sempre di più le storie adatte a film che invece,  per  ragioni unicamente commerciali, vengono estese a versioni seriali, pur non avendo materiale narrativo sufficiente per coprire il minutaggio di più puntate. Sono quelle serie televisive che girano a vuoto e ci fanno continuamente guardare l’orologio.

Non è per fortuna il caso di “The Beast in Me” che riesce   in  ogni  puntata  ad arricchire il racconto aprendo nuovi interrogativi di cui si preoccupa di dare anche le risposte. 

Il tema di fondo è la complessità dell’animo umano, mai a senso unico come troppe volte viene semplificato. La protagonista è una scrittrice premio Pulitzer, in crisi creativa dopo la morte del figlio in un incidente e l’abbandono della moglie. Le cose cambiano quando scopre di avere come vicino di casa un controverso magnate immobiliare, sospettato della scomparsa della prima moglie; dopo una iniziale resistenza la donna accetta di scriverne la biografia. 

Il punto di forza della serie è che riesce sempre a mantenere viva la curiosità intorno alla vicenda e ai suoi protagonisti, prima di tutto inafferrabili. Le rese dei conti però arrivano e non vengono, come scaltramente spesso accade, procrastinate a eventuali stagioni successive. Molto interessante la complicità che si stabilisce tra una persona conflittuale e piena di sensi di colpa come la protagonista e un uomo senza scrupoli, cinico, intelligente, consapevole, ma anche lucidamente folle, come il vicino di casa.

Quello che viene messo in scena è una sorta di duello psicologico tra due animali che si fiutano e finiscono per specchiarsi nelle reciproche ferite, due personalità forti che portano all’estremo i propri limiti morali, messi in discussione dai dolori vissuti e dalla rabbia accumulata. Risulta efficace anche come cartina di tornasole del presente per come mostra i giochi di potere; emblematico in tal senso il ridimensionamento mediatico di un’attivista per il diritto alla casa attraverso la mistificazione  dei fatti  e  la conseguente manipolazione delle masse per fini meramente economici. Ci sono anche alcuni cliché, come il poliziotto stropicciato che conosce la verità, ma vengono gestiti in modo non banale. 

Determinante il contributo di Claire Danes, che sarà per sempre la Carrie Mathison di “Homeland” di cui ripropone le nevrosi, e di Matthew Rhys che riesce ad ammantare il suo personaggio di fascino e ambiguità. Decisamente inquietante, poi, quel caratterista di lusso che è Jonathan Banks, nel ruolo del padre ingombrante, ma protettivo, del protagonista.