redazionale
È nelle librerie, dal 10 febbraio, l’ultimo libro di Emiliano Brancaccio intitolato “Libercomunismo. Scienza dell’utopia”, edito da Feltrinelli.
In esso l’intellettuale marxista, docente di economia politica presso l’Università Federico II di Napoli, dopo aver ragionato intorno alla «spettacolare centralizzazione del capitale», giunge alla conclusione che «pianificazione collettiva e libertà individuale possono unificarsi».
Siamo contenti che, sia pure con un secolo e mezzo di ritardo, sia arrivato a sostenere ciò che sosteneva Kropotkin in opere che ebbero grande diffusione in tutto il mondo come “La conquista del pane”.
Peccato che anziché chiamarlo, correttamente, “comunismo libertario” (o “comunismo anarchico”) lo chiami “libercomunismo”.
Ed è un peccato anche che, nel suo ultimo libro, i più grandi teorici del comunismo libertario (Bakunin, Kropotkin e Malatesta) non siano mai citati, nemmeno in bibliografia.
«Per quanto sconcertante, per quanto all’apparenza inattuale, – scrive Brancaccio – sembra esserci solo una via in grado di sciogliere l’intrico. Consiste nel riconoscere che, nell’epoca del capitale centralizzato, solo una nuova direzione assegnata all’accelerazione tecno-scientifica potrà condurre al trionfo della piena libertà dell’individuo, e questa inedita liberazione potrà avvenire solo grazie al cervello visibile di una rinnovata intermediazione politica, una inusitata intelligenza collettiva, un inedito genio comune.
Insomma, contro l’ottuso individuale, edificare il genio collettivo. Che certo non significa riesumare la rigida avanguardia bolscevica, né significa consolarsi nel lasco spontaneismo movimentista».
Ma l’intelligenza collettiva, e il genio comune espressi dalle centinaia di migliaia di militanti della Confederación Nacional del Trabajo (sindacato di tendenza comunista anarchica) prima e durante la rivoluzione spagnola del 1936, nel suo libro non sono neppure ricordati.
