di Rino Ermini

Io ho conosciuto il Piccia e anche il suo ciuco; non ora, ma molto tempo fa. Il termine “piccia” nel vocabolario equivale a “coppia”. In particolare in Toscana la “piccia” è quella cosa che si fa aprendo due fichi, mettendoli appiccicati dal lato della polpa, non della buccia, magari infarciti col gheriglio di una noce, e facendoli asciugare poi al sole o nel forno dove s’è cotto il pane.  Forno che, levato il pane, rimane caldo, ma non bollente, quindi adatto per la piccia. Che se la mettessimo nel forno insieme al pane ne caveremmo alla fine pane ben cotto e fico carbonizzato. La piccia credo si chiami così perché somiglia come forma al farfallino che si mette al collo. O il farfallino si chiama piccia perché somiglia ai due fichi testé descritti?

Insomma il Piccia non so perché avesse quel soprannome. Anzi, a dir la verità non so nemmeno come si chiamasse di nome e di cognome veri, Era un anziano artigiano che viveva in un quartiere popolare di Firenze e adoperava ancora il somaro quando la città era già piena di macchine. Come ebbe a spiegare un altro anziano di allora, a quei tempi l’asino del Piccia era rimasto l’unico, ma fino a non molti anni addietro ce n’erano tanti. E un terzo aggiunse che, a dirla tutta, di asini erano scomparsi quelli a quattro zampe, ma di quelli a due se ne aveva ancora in abbondanza, e a suo parere erano sempre in aumento, soprattutto nel centro della città e fra i turisti. Ma queste sono opinioni personali, per di più di vecchi. Oggi, quale sarà la situazione dei somari a Firenze? Se uno volesse avere una risposta, basterebbe andasse in quella città per qualche ora, più in centro che in periferia. Oppure facesse un giro nei palazzi del potere. E si renderebbe conto.

Il Piccia venne in possesso di questo ciuco una volta che, avendo bisogno di trasportare una decina di lampadari in ferro battuto dalla propria bottega di fabbro a quella di Ceccone il doratore, decise di andare da uno degli ortolani del quartiere per farsi prestare il ciuco. Questo ortolano gli disse che la propria bestia ormai era talmente vecchia che non si reggeva in piedi e se gli caricava sul groppone anche solo due lampadari in ferro, rischiava di vederla stramazzare morta per la strada. Il Piccia prese comunque il somaro, e disse al proprietario che se fosse successo qualcosa glielo avrebbe ripagato. Il somaro in effetti era malfermo sulle gambe e barcollava un po’ troppo. Tuttavia il Piccia, che era persona di scienza e di coscienza verso uomini e bestie, la prima cosa che fece si fermò dal fornaio e comprò due filoni di pane da mezzo chilo l’uno; e lì sulla strada li dette da mangiare al ciuco, un pezzetto alla volta. Siccome mentre il ciuco masticava mise in bocca anche lui qualche boccone, dové rientrare a comprane un altro di filoni. Alla fine il ciuco parve soddisfatto, e il Piccia lo portò in Piazza del Carmine per farlo bere alla fontana davanti alla chiesa di Masaccio. Il ciuco si era alquanto ringalluzzìto e il Piccia concluse che sarà stata anche la vecchiaia a far apparire depressa la bestia, ma di sicuro c’entrava pure la fame. Del resto come per i cristiani. Sta di fatto che finito il trasporto (due lampadari alla volta e non di più) e fatto rimangiare la bestia con un altro filone di pane, questa si riprese del tutto. Il Piccia tornò dall’ortolano e cominciando un po’ per scherzo e un po’ sul serio, alla fine ne trattò l’acquisto e per quattro palanche se lo tenne in via definitiva. L’ortolano rimase convinto d’aver fatto un affare a cedere una bestia vecchia e malandata. E anche il suo compare fu contento, convinto d’averlo fatto lui l’affare e d’aver fatto anche un’opera buona salvando la bestia da una lenta fine per denutrizione.

Il Piccia adoperò il ciuco per portare cose sue ad altri artigiani quando ce n’era bisogno, ma soprattutto cose altrui che gli interessati dovevano muovere fra una bottega e l’altra, senza più usare la carretta a mano o un triciclo con carrello o chissà che cosa. Forse qualche altro asino allora c’era ancora in giro per i quartieri popolari di Firenze dove numerosi erano gli artigiani e le botteghe che avevano bisogno di trasportare da un punto all’altro del quartiere, o anche a più largo raggio in altri quartieri della città, senza spendere troppo e senza durar troppa fatica. 

Accadde poi che l’asino del Piccia a forza di mangiar pane e biada, ché il suo padrone di fieno gliene dava poco e ancor meno di paglia, divenne un bell’asino, rimesso in sesto e conosciuto. Siccome gli asini, soprattutto se di una certa età, appaiono mansueti, se nessuno li disturba, e pacifici, si sparse anche la voce che l’asino del Piccia era un po’ tonto. Cosa non vera ma, si sa, non c’è come le cose non vere per fare delle sacrosante verità.

Si cominciò a sentir dire allora in quartiere “Sei più tonto del ciuco del Piccia” a volte in modo scherzoso o anche affettuoso, e a volte per riprendere, soprattutto se rivolto ai ragazzi, o addirittura per offendere. Non in questo senso da dirsi agli adulti che si sarebbero risentiti, ma a qualche ragazzo particolarmente difficile. Certi adulti, come si sa, si offendevano, anche se, fossero stati capaci di riflessione, avrebbero ben dovuto ammettere che in effetti erano peggiori, in particolare più tonti, del ciuco in questione.

L’espressione “sei più tonto del ciuco del Piccia” (o anche: “hai la testa più dura di quella del ciuco del Piccia”) arrivò anche nelle scuole. Divenne molto frequente usarla nei confronti degli studenti, a volte scherzando, e a volte no. E non solo nelle scuole del quartiere, ma anche in quelle più lontane, magari  senza  sapere  tutta  la storia dell’asino, del Piccia e così via. Gli studenti che se lo sentivano dire, se il tono era scherzoso ci ridevano su insieme al professore che glielo aveva detto ed ai compagni. Se a qualche professore di quelli che si sentiva autorizzato a dir quel che gli pareva capitava di usare quella frase, la finiva lì e non ci riprovava perché chi era stato nella mira dell’offesa s’era magari irrigidito.

E ci fu il caso. Addirittura si finì in tribunale. Una famiglia bene se la prese e sporse querela verso un certo professore. Si era ad un liceo classico. Professore di greco. E l’offeso era un riccastro presuntuoso e poco studioso. Sicché figuriamoci. Fu fatta anche un’indagine. E il giudice volle rendersi conto anche di persona riguardo a che cosa fosse accaduto. Conobbe l’asino e il Piccia. Gli piacquero tutti e due. Convocò studente offeso e genitori. E disse che non era il caso. L’asino e il Piccia erano due degne persone. Disse proprio così: persone. E non era proprio il caso di prendersela. Secondo lui intendeva chiudere con un richiamo bonario al professore, il quale avrebbe dovuto scusarsi con lo studente e i genitori, e anche con delle scuse al Piccia e all’asino, a ben vedere, ma a quello ci avrebbe pensato lui. Insomma, si ebbe l’impressione che a questo giudice, certo non un nome di prima fila ma pur sempre un giudice, gli fossero piaciuti tutta la storia e anche il ciuco, il suo padrone e il quartiere dove stavano.