redazionale.

L’improvvisa “conversione” di Abu Mohammad al-Jolani,  “folgorato sulla via di Damasco”, lascia assai perplessi

Il disarmo unilaterale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan

Scriveva il 7 ottobre la Rete Kurdistan Italia:

«Le popolazioni del Kurdistan e del Medio Oriente stanno vivendo un passaggio cruciale. Dopo anni di guerra, invasioni e tentativi di cancellazione politica e culturale, si apre oggi un nuovo scenario complesso: la prospettiva di un processo di pace in Turchia e il futuro incerto delle conquiste curde in Siria e in Iraq.

Il 12° congresso del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan n.d.r.) hasancito la fine della lotta armata e la volontà di portare avanti la battaglia sul piano politico, con l’annuncio ufficiale dello scioglimento dell’organizzazione armata e la nascita di una prospettiva politica che mira a trasformare la tregua in un percorso di pace irreversibile.

Una commissione parlamentare, sostenuta dalla maggior parte dei partiti turchi, sta ora discutendo il percorso di pace. La sfida è enorme: superare decenni di conflitto, cambiare leggi liberticide, democratizzare la Turchia e garantire giustizia per tutte le comunità.

Anche la caduta del decennale regime di Bashar Assad (in Siria n.d.r.) ha aperto nuove prospettive e pericoli. Negli ultimi mesi Ankara ha intensificato la pressione  contro  le  Forze democratiche siriane (SDF), l’alleanza curdo-araba che ha guidato la resistenza contro l’Isis. Il governo turco continua a considerare le SDF una mera emanazione del PKK e il presidente turco Erdogan minaccia nuove operazioni militari contro il Rojava se i curdi non accetteranno lo scioglimento delle proprie strutture difensive. Dietro queste minacce si nasconde la volontà di liquidare l’esperienza dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est.

La risposta curda è arrivata con chiarezza da parte di Abdullah Öcalan: il Rojava è una linea rossa. La prospettiva di cancellare le conquiste democratiche dei curdi non è accettabile né in Siria né in Turchia. Allo stesso tempo, nel Kurdistan del sud (Iraq), aree come Shengal e Makhmour continuano a subire attacchi e restrizioni, nel silenzio della comunità internazionale.

Oggi più che mai è vitale rafforzare gli sforzi di solidarietà con il popolo curdo e di pressione sul governo turco affinché le prospettive di pace si realizzino e il conflitto lasci spazio alla lotta politica e civile».

Violenze in Siria

Preoccupa particolarmente, in tale contesto, la situazione della Siria del nord-est (Rojava), in gran parte abitata da Curdi e caratterizzata da un’amministrazione autonoma con caratteristiche socialiste e libertarie. 

Le minoranze continuano infatti ad essere perseguitate nella Siria del dopo-Assad, nonostante le rassicurazioni del nuovo regime, sdoganato dagli Stati Uniti d’America e da altri alleati occidentali con aperture diplomatiche e revoca di sanzioni. Lo ha sottolineato recentemente anche la BBC britannica, in occasione del vertice fra il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump e il nuovo leader siriano, Ahmad al-Sharaa, già noto col nome di Abu Mohammad al-Jolani per il suo passato di miliziano jihadista legato prima all’Isis e poi ad Al Qaida. 

Proseguono infatti violenze e uccisioni sommarie sia nei confronti degli Alauiti (Arabi fedeli a una religione musulmana di derivazione sciita), sia nei confronti dei Drusi (Arabi anch’essi, ma considerati infedeli dai musulmani). 

Nello scorso marzo sono stati assassinati oltre 1400 Alauiti, in maggioranza civili, e in luglio almeno altre 2000 persone, prevalentemente di fede drusa, sono state uccise prima che l’esercito di Israele, intervenuto in loro soccorso bombardando obiettivi militari siriani, interrompesse la strage. 

Sempre secondo la BBC, nella provincia di Homs, a forte presenza alauita, sarebbero stati uccisi, fra l’estate e la fine di ottobre, almeno altre quaranta persone.

Israele e la Turchia

Ovviamente, l’intervento militare israeliano, giustificato da Netanyahu con la necessità di proteggere le comunità druse, si pone anche altri fini: evitare il riarmo della Siria (che, da decenni, è in guerra con lo stato di Israele) e, soprattutto, contenere la politica espansionista del governo turco. Quest’ultimo che, è bene ricordarlo, dispone dell’esercito più forte di tutto il Vicino Oriente, si è di fatto impadronito di gran parte della Siria, e si è  candidato a gestire, insieme ad altri governi di paesi musulmani, la tregua imposta da Donald Trump, e dall’apparato che lo sostiene, nella striscia di Gaza.

Un’ipotesi, quest’ultima,  assai indigesta per lo stato di Israele, che verrebbe a trovarsi affiancato, a sud come a nord, dalle truppe del paese che, fino alla sconfitta subita nella prima guerra mondiale, era padrone di tutta l’area.