di Guido Candela

Nel suo libro “Una nuova storia (non cinica) dell’umanità” è interessante l’attenzione che Rutger Bregman (2020, p. 95) dedica a un passo del “Primo libro di Samuele” dell’Antico Testamento quando Samuele mette in guardia il popolo di Israele dal volere un re:

«Samuele riferì tutte le parole del Signore al popolo che gli aveva chiesto un re. Disse: “Questo sarà il diritto del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, li farà capi di migliaia e capi di cinquantine, li costringerà ad arare i suoi campi, mietere le sue messi e apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri. Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi cortigiani e ai suoi ministri. Vi prenderà i servi e le serve, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. Metterà la decima sulle vostre greggi e voi stessi diventerete suoi servi. Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà» (1 Samuele 8,10-18).

Samuele, divenuto vecchio, dopo avere retto con lucidità il suo ruolo di giudice fra le dodici tribù di Israele, si accorge che la loro unità è minacciata dai diversi atteggiamenti che le tribù assumono di fronte al crescente pericolo filisteo. Nel popolo di Israele, allora, prende corpo l’idea di pensare a una nuova struttura di governo. Mentre alcune tribù chiedono un re come osservano accadere in molte altre nazioni, altre vedono in Yhwh l’unico Signore di Israele, quindi sostengono che è ancora il tempo di confermare il ruolo “federativo” dei giudici. Dunque, il Signore chiede a Samuele di avvertire Israele di tutti gli inconvenienti che l’autorità di un re può comportare (1 Samuele, 8,5). Samuele li elenca ai versi 10-18 sopra riportati, ma il popolo non crede più al ruolo dei giudici e passerà al governo dei re: Saul, Davide e Salomone, che solo il volere di Yhwh li renderà responsabili.

Questo passo dell’Antico Testamento, che dal punto di vista della filosofia della politica valuta gli effetti di un cambio di governo da una federazione di tribù a uno Stato nazione retto da un re, propone – afferma Bregman – una “imbarazzante”’ coincidenza tra il passo biblico e una citazione d’anarchia, proprio quella che fa riferimento a una sua idea fondante: dubitare, meglio negare perché non ci sarà l’intervento di Yhwh, la possibilità concreta di un potere benevolente dello Stato.

Il nostro riferimento è alla descrizione che nel 1851 il precursore dell’anarchismo, il francese Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) dà dello Stato, uno scritto molto citato sia da politologi sia da economisti – con alcune modifiche ripreso anche dall’anarchico americano Benjamin Tucker nel 1893:

«Essere governati vuol dire essere sorvegliati, ispezionati, spiati, diretti, sottoposti alla legge, numerati, regolati, arruolati, indottrinati, esortati, controllati, esaminati, giudicati, valutati, censurati, comandati da creature che non hanno né il diritto, né la saggezza, né la virtù per farlo. Essere governati vuol dire, a ogni operazione e transazione, essere annotati, registrati, contati, tassati, marcati, misurati, fatti oggetto di accertamenti, muniti di permessi, autorizzati, ammoniti, impediti, proibiti, riformati, corretti, puniti. Vuol dire, con il pretesto dell’utilità pubblica e in nome dell’interesse generale, essere sottoposti a contribuzione, ad addestramento militare, spogliati, sfruttati, monopolizzati, essere vittime di estorsioni, spremuti, ingannati, derubati; poi, alla minima resistenza, alle prime parole di protesta, essere oppressi, multati, vilipesi, molestati, perseguiti, vessati, bastonati, disarmati, legati, soffocati, imprigionati, processati, condannati, fucilati, deportati, sacrificati, venduti, traditi; e a coronamento di tutto ciò, presi in giro, ridicolizzati, derisi, oltraggiati, disonorati.

Questo è il governo; questa la sua giustizia; questa la sua moralità».

Questa citazione di Proudhon è del 1851 in “Les Confessions d’un révolutionnaire pour servir à l’histoire de la Révolution de Février”, e ripubblicato nel 1923 sempre in lingua originale in “Idée générale de la révolution au XIX siècle”, a pagina 344, e in lingua italiana nell’edizione a cura di Fausto Proietti, “L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo” (2001). Un ulteriore e più recente riferimento si trova in Proudhon “Critica della proprietà e dello Stato” (2025V).

Prima di tentare un confronto fra i due brani richiamati, è necessario e importante soffermarsi sulle possibili conoscenze di Proudhon del testo biblico. Il filosofo anarchico francese ha 42 anni quando appare stampata la sua definizione di governo, a 14 anni dalla sua morte. È quindi da riferire a un suo stato maturo di pensiero. Allora, innanzitutto si potrebbe sostenere la sua conoscenza della Bibbia in forza   di  una  coincidenza storica: iniziando dai suoi 19 anni e per quasi 12 anni, salvo poche interruzioni, Proudhon si procurò da vivere come correttore di bozze, tipografo e stampatore, quando nella sua Briançon si stampavano soprattutto opere ecclesiastiche. Tuttavia, di questa coincidenza non resta prova. Mentre molto più precisa è l’analisi che Henry de Lubac dedica al pensiero e agli scritti di Proudhon, in “Proudhon e il cristianesimo” (2017).

Henry de Lubac, gesuita dal 1913 e presbitero dal 1927, fu professore di teologia nell’Università di Lione. Partecipò in clandestinità alla resistenza francese durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1950, per alcuni scritti improntati al modernismo e in seguito a un’accusa “indiretta” apparsa sull’enciclica “Humani generis” di Pio XII, gli fu tolto l’insegnamento e furono ritirati i suoi libri. Otto anni più tardi fu reintegrato nella Università e Giovanni XXIII lo chiamò per la preparazione del Concilio Vaticano II; da allora è stato un teologo ascoltato e rispettato dalla Chiesa cattolica e venne nominato cardinale da Giovanni Paolo II. Legato d’amicizia al filosofo francese Emmanuel Mounier (1905-1950), esponente di un cattolicesimo politicamente impegnato, de Lubac nelle sue lezioni universitarie analizzò le dinamiche degli ateismi del XIX secolo – i paradigmi positivista, fuerbachiano-marxista, nietzschiano –  ma  soprattutto si applicò allo studio di Proudhon, cui dedicò un profondo saggio critico: «fu, nel secolo scorso, uno dei più avversari della nostra fede. Lo fu in modo più violento e più provocatorio. La sua opera resta pericolosa […] ma mai, tra lui e noi, si produce quella frattura totale e definitiva che rende impossibile ogni dialogo» (de Lubac, 2017, p. 16).

Proudhon, fin dai suoi 23 anni, fu contro il clero e «lo resterà fino alla fine […] ardente e perfino virulento» (de Lubac, 2017, p. 89): rispettava la religione, tuttavia fu di un anticlericalismo militante.

Guardando ai suoi scritti, de Lubac sostiene che «Proudhon, questo anticlericale, merita a suo modo e a più di un titolo, il nome di teologo» (de Lubac, 2017, p. 120); il gesuita lo definisce un grande lettore, uno che legge tutto e di tutto, però «gustandolo»! In questo fare, la teologia non è assente per cui si forma una «cultura teologica, per la quale aveva un’inclinazione» (de Lubac, 2017, p. 124). La conclusione del teologo e cardinale è «Non trasformiamolo in uno specialista di storia biblica o delle origini del cristianesimo» (de Lubac, 2017, p. 142), cionondimeno «Teologo “esterno”, esegeta di fantasia, Proudhon è, nella nostra letteratura, uno dei grandi rappresentanti della tradizione biblica» (de Lubac, 2017, p. 145).

«L’esegesi di Proudhon conta poco. Quel che conta veramente è la sua cultura biblica, che è vasta e profonda, e dà a tutto il suo pensiero un urto, che riveste tutta la sua opera letteraria di un manto di splendore. La Bibbia fu la grande maestra di questo autodidatta» (de Lubac, 2017, p. 143).

Guardando ai fatti, de Lubac (2017, p. 20) annota che Proudhon fin dal 1829 aveva studiato da autodidatta l’ebraico, il greco e il latino, quindi era in grado di leggere direttamente la Bibbia. Allora, si può sostenere che Proudhon conoscesse la Scrittura e i Padri? De Lubac stesso fornisce una risposta: «I Padri? molto poco. Ma la Scrittura, sì» (de Lubac, 2017, p. 134). Inoltre, Proudhon, fuggito in Belgio, chiese a un amico di inviargli tra i suoi libri abbandonati in fretta la «Bibbia inquarto, latina, con i margini fitti di appunti di mia mano, che non cederei neanche per mille scudi» (de Lubac, 2017, p. 134).

«Ho cominciato il mio lavoro di cospiratore solitario per lo studio delle antichità socialiste, necessario, a mio avviso, per determinare la legge teorica e pratica del movimento. Queste antichità, le trovo anzitutto nella Bibbia» (Proudhon, 1851, nostra traduzione).

Negli scritti di Proudhon non si trovano solo numerose citazioni bibliche, ma anche un «modo biblico di intendere le cose, che si manifesta dappertutto» (de Lubac, 2017, p. 134) che de Lubac trova esplicitamente nell’idea di giustizia, ma forse implicitamente il Libro di Samuele, nella descrizione che fa del re, potrebbe avere influenzato l’idea che Proudhon dà dello Stato.

Allora, nella tavola che segue abbiamo proposto uno schema di confronto fra gli “avvertimenti” profetici di Samuele e gli “allerta” di filosofia della politica di Proudhon, trovandovi una corrispondenza in uno stile diverso ma di simile finalità e pari efficacia.

Quello di una precisa denuncia per Samuele, contro lo Stato antico di un re, e quello di un preciso elenco contro i mezzi con cui governa lo Stato moderno.

Nella tavola, le indicazioni in corsivo sono nostre, mentre quelle in tondo sono riportate direttamente dalle rispettive citazioni.

Le parole usate sono diverse, l’originalità e l’indipendenza dei due ragionamenti è certamente sostenibile, ma sorprendente è la corrispondenza del numero delle classi di azioni con cui il governo, dei re e dello Stato nazione, reca danno al popolo, lo faceva allora e lo fa adesso:

i) su di voi, quindi sulle persone;

ii) sulle transazioni che governano il passaggio di proprietà, quindi sul patrimonio delle persone;

iii) su tutto ciò che viene prodotto, quindi sul reddito delle persone. Ancora più sorprendente è la comune conclusione con cui si chiudono le tre denunce: difficile è tornare indietro, perché questo danno non avrà rimedio sia  per la sorda indifferenza di Yhwh in Samuele, sia per l’azione dello Stato stesso che “difenderà” il suo potere in Proudhon.

SAMUELEPROUDHON
Questo sarà il diritto del reEssere governati vuol dire
Su di voi
prenderà i vostri figli
prenderà anche le vostre figlie
diventerete suoi servi… per apprestargli armi per le sue battaglie
Sulle persone
essere sorvegliati, ispezionati, spiati, diretti, sottoposti alla legge, numerati, regolati, arruolati, indottrinati, esortati, controllati, esaminati, giudicati, valutati, censurati, comandati… e sottoposti ad addestramento militare
Sulle vostre proprietà
vi prenderà i vostri campi, vigne e oliveti più belli
vi prenderà i vostri servi, armenti e asini migliori
Sulle operazioni e transazioni di proprietà
essere annotati, registrati, contati, tassati, marcati, misurati, fatti oggetto di accertamenti, muniti di permessi, autorizzati, ammoniti, impediti, proibiti, riformati, corretti, puniti
Sul vostro raccolto e sul prodotto
sulle  vostre  sementi  e  sulle  vostre vigne  prenderà  le decime
Sul reddito
essere sottoposti a contribuzione, […] spogliati, sfruttati, monopolizzati, essere vittime di estorsioni, spremuti, derubati
Allora
griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà
 
Poi,
alla minima resistenza, alle prime parole di protesta, essere oppressi, multati, vilipesi, molestati, perseguiti, vessati, bastonati, disarmati, legati, soffocati, imprigionati, processati, condannati, fucilati, deportati, sacrificati, venduti, traditi; e a coronamento di tutto ciò, presi in giro, ridicolizzati, derisi, oltraggiati, disonorati.

Interessante è comunque osservare che Samuele e Proudhon ricorrono alla stessa retorica per sostenere la loro tesi sullo Stato, quella di un elenco incalzante, lungo e variato di azioni piuttosto che sviluppare una vera e propria argomentazione dimostrativa dall’ipotesi alla tesi. Samuele elenca 17 modalità di un potere che reca danno alla libertà, Proudhon ne elenca 41, fra cui alcune azioni sono di perfetta coincidenza fra le due liste. Dunque, sono tante di più le azioni indicate da Proudhon, ma anche questa diversità è perfettamente comprensibile perché oltre due millenni separano i due scritti, quindi i mezzi di governo dello Stato dei re avanti Cristo sono molto meno rispetto a quelli di uno Stato “moderno” dopo Cristo, comunque allora e ora sono sempre mezzi ugualmente liberticidi.

Certamente, quella proposta è un’analisi dei due testi letti con una lente di politica ed economia, manca ovviamente una loro analisi filologica che impegnerebbe tornare alla scrittura originale in ebraico antico e in francese ottocentesco, ma rinviamo alla maggiore competenza di altri questa più compiuta analisi, il nostro scopo è solamente limitarci a leggervi una possibile analogia in tema di filosofia della politica, tuttavia ancora sottolineando che Proudhon si era effettivamente impadronito dell’ebraico antico.

Attorno all’anno 1000, i papi rifiutavano concretamente ogni subordinazione al potere politico, e avevano l’autorità per farlo perché re e potenti li ascoltavano e li seguivano, dato che erano convinti che la Chiesa lo potesse fare, quindi re e potenti erano timorosi dei papi. Nelle encicliche capitava addirittura di incontrare dichiarazioni contro i detentori del potere terreno, tanto che la denuncia scritta dei papi ricorreva a espressioni che avrebbero potuto essere usate benissimo dagli anarchici. Ci riferiamo in particolare a papa Gregorio VII (al secolo Ildebrando di Soana, 157° papa, 1073-1085) che nel 1081 si avventurò, volendo dare una giustificazione terrena del potere dei papi, in «dichiarazioni di sfiducia nei detentori del potere che non sarebbero sfigurate sotto la penna di Marx o di Proudhon» (Barbero, 2016, p. 8):

«Chi non sa che i re e i duchi hanno avuto origine da quelli che, ignorando Dio, con la superbia, le rapine, la perfidia, gli omicidi, alla fine con tutti i loro delitti, spinti dal principe di questo mondo, il diavolo, hanno preteso di dominare i loro pari, gli uomini, con cieca avidità e intollerabile presunzione?» (Gregorio VII, riportato in Barbero, 2016, p. 10).

 Gregorio VII già in quel tempo sosteneva che i governi dei re e dei duchi facendosi Stato ricorrono all’esercizio di un potere violento e creano gerarchie,  generando  un domi nio intollerabile fra gli uomini, cui aggiunge la constatazione che anche le loro proprietà sono intollerabili, in quanto frutto delle loro malefatte, delle loro rapine violente o delle loro azioni sempre motivate da spirito di avidità, quindi veri e propri “furti”. Si tratta di un’affermazione che seppure lontana dalla spiegazione filosofica di Proudhon della proprietà privata – fra queste parole e quelle di Proudhon passeranno 700 anni – va oltre l’affermazione di Proudhon: «Non solo la proprietà ma anche il potere è un furto» (Barbero, 2016, p. 10).

Tuttavia, mentre possiamo cercare una corrispondenza fra le parole scritte di Samuele e di Proudhon per descrivere lo Stato, anche nelle encicliche dei papi vi sono condanne di re, duchi e principi, ma non ha senso farne un altro confronto poiché i fini degli scritti di Gregorio VII e di Proudhon sono palesemente diversi (Candela e Mussoni, 2022). Per Proudhon, ma anche per Samuele, si trattava di abolire ogni dominio e ogni potere terreno, mentre per i papi del Medioevo il fine era di imporre la propria autorità terrena senza soggiacere ad altro dominio secolare, perché «credevano davvero di essere stati posti sul trono come vicari del Dio degli eserciti […] in un mondo pieno di nemici che meritavano di essere schiacciati» (Barbero, 2016, p. 13).

Quindi erano anch’essi dei re!

Bibliografia

Barbero A., 2016, Le parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco, Laterza, Bari.

Bregman R., 2020, Una nuova storia (non cinica) dell’umanità, Feltrinelli, Milano.

Candela G. e Mussoni M., 2022, Economia e persona tra il pensiero libertario e il pensiero cristiano, Franco Angeli editore, Milano, 2024.

de Lubac H., 2017, Proudhon e il cristianesimo. L’uomo davanti a Dio, Opera omnia, Vol. 3, Jaca Book, Milano.

Proudhon P-J., 1851, Les Confessions d’un révolutionnaire pour servir à l’histoire de la Révolution de Février, Garnier Frères, Libraires, Paris.

Proudhon P-J., 1923, Idée générale de la revolution au XIX siècle, M. Rivière, Paris.

Proudhon P-J., 2001, L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo, Centro editoriale toscano, Scandicci, Firenze.

Proudhon P-J., 2025V, Critica della proprietà e dello Stato, elèuthera, Milano.