di Luciano Nicolini
È stato pubblicato, sul “Corriere della sera” del 20 novembre, un articolo di Federico Fubini intitolato «Il piano in 28 punti di Trump e Putin: progetto per “svendere” Kiev in nome del business».
Proviamo a fare alcune considerazioni in merito…
«Domani – scrive Fubini – sarebbero dovute scattare le prime sanzioni della Casa Bianca di Donald Trump contro la Russia, mirate sul petrolio. Non accadrà, non in alcune parti nevralgiche. Ieri il prezzo del barile è addirittura crollato fino a meno 2,9% — invece di impennarsi — perché fra Washington e Mosca sta tornando l’atmosfera di complicità del vertice di agosto scorso in Alaska.
Nelle ultime ore l’amministrazione Trump ha silenziosamente spostato da venerdì 21 novembre al 13 dicembre la scadenza per la vendita di tutte le attività estere di Rosneft e Lukoil, le major del petrolio russo. Queste continuano a far gola ai gruppi americani, ma la Casa Bianca adesso preferisce allentare la pressione: sta tornando ad allungarsi l’ombra di un’intesa russo-americana (…)».
La notizia non mi stupisce: scrivevo, sul numero di ottobre di Cenerentola, che «da quando Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti, la Russia non sembra essere più considerata dalla stampa e dalle televisioni il nemico pubblico numero uno». E, come è noto, la musica viene decisa da chi paga l’orchestra…
«I contenuti trattati in questi giorni – prosegue Fubini – mescolano le pretese del Cremlino avanzate fin dal marzo 2022 alle rivendicazioni presentate a Trump proprio ad Anchorage in agosto. Riaffiorano le tradizionali richieste che il russo sia lingua di Stato e la chiesa ortodossa russa riceva uno status ufficiale in Ucraina. Ma soprattutto, dei negoziati di Istanbul della primavera 2022 torna l’idea di ridurre l’esercito di Kiev a dimensioni inadeguate».
La richiesta che il russo sia lingua di stato è piuttosto antipatica, ma non assurda, dato che il russo è parlato correntemente, oltre che da molti Ucraini, dalla maggior parte di coloro che siedono nel parlamento di Kiev. Ed anche quella di concedere alla chiesa ortodossa russa “uno status ufficiale” non sembra strana, dato che la chiesa ortodossa ucraina, staccatasi da essa su pressione dei politici, è nata soltanto nel 2018.
Sembra quindi ovvio che il vero problema sia quello delle dimensioni e dell’armamento dell’esercito ucraino.
«Zelensky (…) – afferma più avanti Fubini – naturalmente respingerà; ma Trump e Putin sanno che gli scandali di corruzione a Kiev, esplosi con tempismo sospetto, lo indeboliscono. Forse russi e americani potrebbero ora tentarlo con la promessa di avere salva la vita».
Parole che pesano come macigni!
Che Zelensky sia assai indebolito appare evidente, ma che gli scandali di corruzione a Kiev siano «esplosi con tempismo sospetto» non mi sembra: da tempo si sapeva, per ammissione dello stesso Zelensky, quanto la sua amministrazione fosse corrotta!
Quanto poi al fatto che «russi e americani potrebbero ora tentarlo con la promessa di avere salva la vita», si tratta di un’affermazione che fa venire i brividi.
Che Putin lo voglia morto (e pertanto possa usare la sua salvezza come moneta di scambio) è probabile. Ma, se ho ben capito, qui si afferma con disinvoltura che anche il governo statunitense è pronto a disfarsi di lui (come fece con Saddam Hussein) e sarebbe disposto a promettergli la salvezza in cambio di una completa inversione di marcia. Alla faccia di tutti coloro che sono morti “per difendere l’Ucraina”…
«La società civile ucraina – conclude Fubini – si rivolterebbe comunque a una pace cartaginese che schiacci il suo anelito a democrazia, indipendenza e integrazione in Europa.
Ma servirebbe che quest’ultima desse a Kiev — e a Mosca — un segnale da “whatever it takes”. Potrebbe mostrare che sosterrà Kiev fino a quando serve, oltre il limite (non lontanissimo) al quale la guerra diventerà insostenibile per la Russia stessa; potrebbe farlo usando le centinaia di miliardi di euro di riserve del Cremlino e frenando il traffico di greggio russo dal Baltico. L’Europa potrebbe farlo, se accettasse che l’alternativa è peggiore: lo status di vassallo di una spartizione fra Putin e Trump».
Cosa dire?
Che la società civile ucraina (o almeno una parte di essa) avesse un «anelito a democrazia, indipendenza e integrazione in Europa» è probabile. Bisogna vedere se, dopo tutto ciò che è accaduto, lo ha ancora.
Quanto al fatto che l’Europa possa sostenere militarmente il governo di Kiev «usando le centinaia di miliardi di euro di riserve del Cremlino» mi sembra davvero improbabile. E, se lo facesse, di certo non muterebbe, con tale iniziativa, il suo status di vassallo del governo statunitense.