di Toni Iero.

Gli attacchi effettuati dagli USA contro il Venezuela di Maduro e contro le petroliere russe in navigazione intorno al continente americano hanno certamente destato scalpore. Non avrebbero dovuto, però, essere una sorpresa.

Infatti, nel novembre del 2025 è stato pubblicato il National Security Strategy, dove l’amministrazione Trump delinea la sua visione del mondo e la conseguente strategia che gli Stati Uniti intendono mettere in atto. Qui cercherò di dare un’idea sui principali contenuti di tale documento.

Oggi a Washington si ritiene che i pericoli da cui proteggere l’America siano sostanzialmente di due tipi. Da un lato, attacchi militari sul territorio metropolitano o contro le basi e i cittadini americani all’estero. Dall’altro lato, gli USA devono guardarsi dall’influenza di potenze straniere ostili che agiscono attraverso spionaggio, pratiche commerciali predatorie, traffico di droga e di esseri umani, propaganda e sovversione culturale.

Per contrastare tali rischi, secondo i collaboratori di Trump, gli Stati Uniti devono mantenere il più forte esercito del mondo, in grado di proteggere gli interessi americani e scoraggiare le guerre. Devono avere il più dinamico sistema economico mondiale, che permetta di sostenere la “American Way of Life” e costituisca la base della loro potenza militare. Da quest’ultimo punto di vista, è necessario ricostruire una robusta struttura manifatturiera sul territorio degli Stati Uniti, poiché la forza di una nazione dipende da un vigoroso sistema industriale capace di soddisfare la domanda di beni sia in tempo di pace che in tempo di guerra. Non manca poi il richiamo alla necessità di essere il Paese più avanzato del mondo tanto in campo scientifico, quanto in campo tecnologico.

Un altro punto rilevante è che, secondo l’amministrazione Trump, alla base delle relazioni internazionali debba trovarsi esclusivamente lo Stato sovrano. Ciò implica l’irrilevanza delle organizzazioni multilaterali costruite a partire dalla fine della seconda guerra mondiale (ONU con le sue numerose agenzie, Organizzazione Mondiale per il Commercio, Unione  Europea, etc.).

In questo contesto, gli USA dovrebbero operare perseguendo esclusivamente i loro interessi strategici, liberi da qualsiasi vincolo di qualunque natura. Per far ciò, occorrerà agire con grande realismo, per esempio, mantenendo buoni rapporti anche con Paesi i cui sistemi di governo e le cui società differiscono da quella americana.

Un ulteriore punto centrale nella politica di sicurezza identificata dai collaboratori di Trump è la fine dell’epoca delle migrazioni di massa. Gli altri Stati sono chiamati a rapportarsi con Washington per contrastare gli spostamenti di popolazione. Vi è poi la pressione sugli alleati degli USA, i quali devono contribuire fattivamente alla difesa comune, in termini sia di risorse finanziarie, sia di capacità operative militari. La pace, nell’ottica di Trump, va costruita partendo da una posizione di forza, concetto non nuovo se pensiamo alla massima latina “si vis pacem para bellum”.

Infine, il governo Trump ritiene essenziale garantire la sicurezza economica degli Stati Uniti, ossia riequilibrare la bilancia commerciale, avere libero accesso alle catene di forniture industriali e alle materie prime, reindustrializzarsi e assicurarsi l’autosufficienza energetica.

Dal punto di vista geografico, è di vitale importanza per gli Stati Uniti che l’emisfero occidentale (ossia l’intero continente americano) sia stabile e ben amministrato, affinché non si determino migrazioni di massa verso gli USA. I governi degli altri Stati americani devono cooperare con Washington contro i narco-terroristi e la criminalità organizzata. Ma, soprattutto, l’emisfero occidentale non deve vedere la presenza di potenze straniere ostili: bisogna impedire loro di controllare punti chiavi (come il canale di Panama), catene di fornitura strategiche e l’accesso ai giacimenti di materie prime essenziali. Queste affermazioni costituiscono il cosiddetto “corollario Trump” alla dottrina di Monroe(1). Maduro, alleato con Russia, Cina, Iran e islamisti vari, avrebbe dovuto leggere con grande attenzione questa sezione del documento.

Asia

La regione dell’Indo-Pacifico produce oggi circa un terzo del PIL mondiale (misurato in termini nominali, la metà se misurato in PPP)(2). Tale quota è destinata a crescere nel corso del 21° secolo. Si tratta quindi di un’area di importanza vitale per gli USA, poiché sarà qui che si giocherà il confronto tra le superpotenze nel futuro.

Gli attuali rapporti economici tra Stati Uniti e Cina, la principale nazione asiatica, sono profondamente squilibrati a vantaggio di Pechino, con un forte deficit della bilancia commerciale americana. È impellente porre fine a tale situazione.

Dal punto di vista degli USA, l’India rappresenta un’eccellente opportunità per controbilanciare il peso di Pechino, sia dal punto di vista economico che geopolitico.

La posizione geografica di Taiwan la rende fondamentale per il controllo dell’accesso all’Oceano Pacifico. Gli Stati Uniti devono avere la deterrenza necessaria per evitare qualsiasi cambiamento dello status quo dello stretto di Taiwan. Questo è un punto essenziale per garantire la libertà di navigazione su alcune delle più importanti giungere tale obiettivo è necessario che anche gli alleati della regione dell’Indo-Pacifico si mobilitino aumentando gli stanziamenti per le loro forze armate.

Europa

Al contrario dell’Asia, il continente europeo è una regione in declino economico, nel 1990 rappresentava il 25% del PIL mondiale, oggi solo il 14%.

Tuttavia, il vero problema dell’Europa è la mancanza di volontà (o l’incapacità) di difendere la propria civiltà. Da questo punto di vista, gli USA sottolineano il ruolo negativo esercitato dall’Unione Europea. Questa entità, secondo il documento redatto a Washington, sta mettendo a rischio la libertà e la sovranità dei Paesi europei. La politica migratoria propugnata dall’UE sta trasformando il continente, distruggendo i valori della cultura europea, creando conflitti, censura della libertà di espressione, soppressione dell’opposizione politica, caduta del tasso di natalità e perdita dell’identità nazionale e dell’autostima da parte dei cittadini europei.

Verrebbe da chiedersi come mai, in un documento dove si asserisce che gli USA devono mantenere buoni rapporti anche con Paesi caratterizzati da sistemi di governo diversi dal loro (un esempio importante sono le petromonarchie arabe), si manifesti tanta preoccupazione per lo stato della democrazia in Europa. La risposta, a mio parere, è che il vecchio continente sia qualcosa di più di un semplice alleato. Il mondo MAGA(3) vede nella cultura europea un riferimento fondamentale, è lì che, secondo tale punto di vista, si trovano le radici originarie della società americana. Infatti, nel National Security Strategy, ricorrono frasi del tipo “… l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli USA” e ancora “Non solo non possiamo permetterci di escludere l’Europa(4), ma farlo sarebbe controproducente per gli obiettivi che questa strategia mira a raggiungere”, per poi affermare “L’America è comprensibilmente attaccata sentimentalmente al continente europeo e, naturalmente, alla Gran Bretagna e all’Irlanda”. Insomma, l’amministrazione Trump vorrebbe che l’Europa difendesse con vigore i tradizionali valori europei (occidentali), ossia desidererebbe un’Europa simile alla propria base elettorale. Da questo punto di vista, non stupisce il continuo richiamo alla necessità di un accordo con Mosca per porre fine al conflitto con l’Ucraina. Infatti, la Russia è, in base agli standard MAGA, una nazione popolata da bianchi cristiani e ancorata a valori ampiamente condivisi (Dio, Patria e Famiglia). La guerra in Ucraina, messa in questi termini, appare solo come un inutile scontro fratricida.

Medio Oriente

Dal punto di vista degli USA, il Medio Oriente è stato per decenni il più importante fornitore di energia, il luogo di competizione tra superpotenze nonché un serbatoio inesauribile di conflitti che minacciavano di espandersi al resto del mondo.

Oggi, a giudizio degli strateghi di Washington, la situazione è cambiata: gli Stati Uniti sono esportatori netti di energia, la competizione geopolitica si svolge tra grandi potenze con gli USA in posizione privilegiata, grazie agli accordi con i Paesi del Golfo, altri Stati arabi e Israele. A ciò si aggiunga che, grazie ai recenti attacchi militari effettuati  da  Israele  e  dagli Stati Uniti, la principale forza di destabilizzazione della regione, ossia l’Iran, è stata significativamente ridimensionata.

Per tutti i motivi sopra esposti, gli USA ritengono che questa area oggi possa diventare sia fonte che destinazione di investimenti internazionali non solo nel campo delle energie fossili, ma anche nell’energia nucleare, nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie (anche militari).

Secondo Trump, i partner arabi della regione sono seriamente impegnati nella lotta contro il radicalismo religioso. Gli USA intendono appoggiare tale propensione, ma dovranno evitare gli errori del passato, quando l’America cercava di costringere tali nazioni ad abbandonare le loro tradizioni e le loro forme di governo. Oggi, Washington intende incoraggiare le riforme solo quando e dove emergeranno spontaneamente, senza cercare di imporle dall’esterno. In sostanza, per l’attuale amministrazione americana, la chiave del successo nel Medio Oriente è accettare la regione, i suoi leader e le sue nazioni così come sono.

Alcune considerazioni

Fin qui la visione che l’attuale governo USA ha di buona parte del mondo e del modo in cui intende approcciarlo (vi è anche un capitolo che tratta dell’Africa, ma non dice molto di interessante).

Il contenuto di questo documento conferma che la superpotenza americana sta vivendo un passaggio critico. Non ha più le risorse per esercitare una supremazia globale incontrastata. L’avversario che deve fronteggiare, la Cina, è un Paese con una popolazione enorme, capacità industriale in tutti i settori, tecnologicamente e scientificamente avanzato e in grado di esercitare una forte egemonia internazionale attraverso il suo predominio manifatturiero (che si riflette anche in una maggiore capacità militare nel medio-lungo termine). A ciò occorre aggiungere che Pechino sta attivamente perseguendo una politica di espansione imperiale, grazie anche a un retaggio storico mai abbandonato e tuttora attentamente coltivato.

Siamo nella fase in cui l’impero americano, come altri imperi nel passato, deve ridimensionare il proprio raggio di azione, concentrandolo dove si svolge la partita decisiva per la sua sopravvivenza, cioè in Asia. Da questo punto di vista i numerosi e reiterati richiami agli alleati (Europa, Giappone, Australia, etc.) affinchè si assumano le loro responsabilità militari sono un chiaro segnale di debolezza: gli USA da soli non ce la fanno più!

Come si può ben immaginare, la ritirata di una superpotenza rappresenta una svolta delicata e complessa. Da quanto sta emergendo, però, sorgono dubbi sul fatto che una personalità squilibrata e contradditoria come Donald Trump (e la sua corte) sia la persona “giusta” per gestirla.

1   La Dottrina Monroe, enunciata dal presidente americano James Monroe nel 1823, è un principio fondamentale della politica estera statunitense. Essa dichiarava che gli Stati europei, allora orientati verso le imprese coloniali, devono astenersi dall’intervenire negli affari dei Paesi del continente americano.

2   PPP sta per Purchase Power Parity, ossia a parità di potere di acquisto. È un modo di calcolare il prodotto interno lordo tenendo conto della differenza di potere di acquisto della moneta nei diversi sistemi economici. È usato per effettuare confronti internazionali più equilibrati.

3   Make America Great Again, movimento che supporta direttamente Donald Trump.

4   Ovviamente, qui per Europa si intende l’insieme degli Stati europei, non l’Unione Europea.