di Rino Ermini

Nella scuola c’è l’intelligenza delle docenti e dei docenti, delle studentesse e degli studenti, e del personale ATA. L’intelligenza artificiale non ci serve. 

Trenta o quaranta anni fa molti di noi si opposero come poterono all’ingresso nelle scuole dell’informatica, dei computer, delle LIM, dei cellulari. Ci opponemmo non in assoluto, come fossimo dei retrogradi ad encefalogramma piatto, ma perché ne vedevamo in un certo senso l’inutilità e la forza devastante. Oggi c’è chi si lamenta degli effetti dei cellulari sui bambini così come dei cellulari e dei computer sui ragazzi e le ragazze delle medie inferiori e superiori. Ma è tardi: il danno è già stato fatto, pesante e forse irreversibile. Ed è stato fatto perché certe tecnologie sono state introdotte nelle scuole non perché servissero a docenti e studenti, ma perché servivano alle multinazionali dell’informatica, al profitto, al capitalismo. 

La scuola era un mercato vergine da inondare. Certe tecnologie servivano anche ai governanti di turno e agli uomini e alle donne del potere politico che, salvo rare eccezioni, da sempre sono al servizio dei padroni. Pertanto, se oggi nelle scuole siamo ridotti a chiedere con una mail anche il permesso di andare al cesso, non è per il bene della scuola, del sapere, della conoscenza, della cultura e dell’educazione dei giovani, ma perché così serviva e serve ai venditori di computer e a chi vuole cervelli tutti uguali e addestrati all’informatica.

Oggi con l’intelligenza artificiale siamo punto e a capo. La si vuole introdurre e niente la fermerà perché ancora una volta serve ai padroni del mondo. Né più né meno come la guerra. Servirà per distruggere la capacità di pensare autonomamente delle nuove generazioni? Dopo averci provato, ed esserci in parte riusciti, con la televisione e con i computer, ora con la AI saremmo alle fasi finali di una operazione infernale, da fine dell’umanità.

Alla scuola, a chi ci lavora e a chi la frequenta, servirebbe ben altro. Che non è né l’intelligenza artificiale né la guerra. Riporto la parte finale di un interessante articolo (“Scuola e intelligenza artificiale”) di Totò Caggese apparso su Umanità Nova n. 35, 7 dic. 2025, pagina 3.  «Eppure non è certo di questo che la scuola ha bisogno. La sfida educativa del futuro non è dotare gli studenti di assistenti digitali o visori VR, ma è qualcosa di molto diverso. È rafforzare la libertà di insegnamento, investire in organici stabili, ridurre i divari territoriali, garantire spazi e tempi educativi dignitosi, costruire comunità critiche e inclusive. La tecnologia può aiutare, certo. Ma solo se non diventa il cavallo di Troia per la colonizzazione digitale della scuola pubblica. Il Summit NextGen AI racconta invece un’altra storia: quella di una scuola trasformata in un parco giochi per aziende, dove lo Stato fa da garante politico e la formazione diventa un’occasione di mercato. Una storia che merita di essere raccontata, e criticata, proprio perché la scuola dovrebbe essere difesa come bene comune».  Parole sacrosante e condivisibili.

Allora bisogna rimboccarsi le maniche e agire, fosse anche soltanto per “voltolare un sasso” (Machiavelli, lettera a Francesco Vettori, 10 dicembre 1513). La prima cosa da fare a mio parere dovrebbe essere quella di scatenare una vasta agitazione contro l’elevato numero di studenti per classe. E protagonisti devono essere i docenti, gli studenti, le studentesse, le famiglie e i Sindacati. Qualcuno potrebbe avere obiezioni, legittime, sui sindacati concertativi che troppo spesso sono stati molto sensibili e volonterosi nell’assecondare le esigenze padronali.

Ad esempio nelle scuole all’epoca dell’introduzione dell’informatica non hanno mosso un dito e sono stati in prima fila nell’applaudirla. 

L’obiettivo della diminuzione degli studenti nelle classi è urgente, visto che ormai è diventata la norma avere nelle aule trenta e più persone. Come si fa a lavorare correttamente con un affollamento simile? È inevitabile che i primi a rimetterci, oltre ai docenti, siano quegli studenti che hanno maggiori difficoltà e carenze di preparazione, siano esse di origine sociale o dovute a una precedente lacunosa esperienza scolastica. Costoro, già in partenza, sono destinati alla bocciatura e all’abbandono perché, date le condizioni ambientali, i docenti non hanno alcuna possibilità di fare un lavoro individualizzato tendente al recupero. Non è possibile insomma eliminare le differenze iniziali di preparazione. Non sto parlando di privilegi da procurare o salvaguardare, parlo di diritti che la Costituzione prevede proprio là dove essa detta di rimuovere gli ostacoli che impediscono il raggiungimento di una eguaglianza effettiva fra i cittadini.

Ma questa storia delle classi affollate non è nuova. Già venti o trenta anni fa, fra gli obiettivi delle nostre lotte ponevamo la questione dei venti alunni per classe, ridotti a quindici in presenza di un diversamente abile. Se siamo oggi a questi livelli vuol dire semplicemente che con tutta la loro informatica non hanno risolto il problema, ma l’hanno aggravato sapendo di aggravarlo. Quando ci rispondevano che i venti alunni per classe sarebbero stati un costo eccessivo per lo Stato, sapevano bene che l’informatizzazione della scuola avrebbe avuto un costo ben maggiore, ma era quella che volevano i padroni.

Un’altra questione urgente è quella del precariato. Intanto, se i precari ci sono, vuol dire che servono. E si sa che se non vengono immessi in ruolo è perché così come stanno ora sono ricattabili, licenziabili in qualsiasi momento, pagati meno. Si tratterebbe di una lotta importante, in particolare nell’attuale contingenza, cioè nel momento in cui ingenti risorse finanziarie devono essere dirottate dalla pubblica istruzione alla cosiddetta “difesa”, cioè alle armi, all’esercito e alla guerra. Una lotta contro il precariato avrebbe pertanto anche il sapore di una lotta contro l’invadenza militarista nelle scuole, questione peraltro su cui da più parti si levano voci di dissenso.

La riduzione del numero di studenti per classe porterebbe necessariamente a seri interventi anche nell’edilizia scolastica, sia per la costruzione di nuovi edifici e nuove aule sia per la ristrutturazione  di quelli esistenti. Semplice no? Meno studenti per classe, si fanno più classi, ci vogliono più aule e più scuole, si dà fiato all’edilizia pubblica e di utilità sociale; ci vogliono più docenti, si assumono tutti i docenti necessari. Insomma oltre che migliorare decisamente un servizio pubblico importante come la scuola, si migliora la qualità della vita di studenti e insegnanti e si aumentano notevolmente le possibilità di lavoro “buono”. 

Servirebbe una piattaforma su queste rivendicazioni e cominciare a mobilitarsi su di essa fino all’ottenimento dei risultati voluti, dovessimo starci dietro per anni. Meglio la lotta che l’apatia!

Se volessimo non farci mancare nulla, ci sarebbero da tirare in ballo anche metodologie e contenuti dell’insegnamento. A partire dall’inclusione dei diversamente abili e degli immigrati. Nell’uno e nell’altro caso è evidente la necessità dell’aumento del personale qualificato. Guarda un po’ quanta gente in più si farebbe lavorare! E quanto meglio sarebbero preparate culturalmente e professionalmente le future generazioni. Ci sarebbe un aumento della spesa, dovuta anche alle presumibili richieste di aumenti salariali dei lavoratori? Sì, certo, sarebbe ottimo.

Insomma: ci metteremmo decisamente sulla via del cambiamento della società in cui viviamo.  Un cambiamento verso la pace, un cambiamento basato sulla scuola, sulla cultura, sulla inclusione. Non sulla guerra. 

Siamo tornati a un punto nodale. I guerrafondai, i fascisti e i padroni troverebbero lavoro per le nuove generazioni mandandole al fronte, mandandole a costruire armi, o anche, per chi non fosse d’accordo, a marcire in galera. Con questo nostro programma invece, avrebbero solo trovato un pane adatto a rompersi i denti.