recensione di Luciano Nicolini

di Riccardo Donna

con Carolina Crescentini, Filippo Nigro, Giuseppe Maggio, Francesca Colucci

È disponibile dal 15 novembre scorso, su Netflix, la serie “Mrs. Playmen”, dedicata alla prima parte della vita di Adelina Tattilo  (Manfredonia, 13/11/ 1928 – Roma, 1/2/2007).

Chi era costei?

Fu l’editrice della rivista Playmen, mensile creato ispirandosi a quanto intrapreso negli Stati Uniti d’America  da Hugh Hefner con il più noto Playboy.

Proveniente da una famiglia  cattolica, negli  anni sessanta  del Novecento Adelina Tattilo aveva lanciato Menelik, una rivista di fumetti che riscosse successo, e nel 1965, insieme al marito Saro Balsamo, il settimanale musicale Big, dedicato soprattutto alla musica beat. 

Playmen, che la fece conoscere in tutto il mondo,fu invece fondata da Balsamo nel 1967, ma presto la Tattilo ne acquisì la piena proprietà.

Nel 1974 lanciò nelle edicole la rivista Libera. Negli anni novanta, infine, insieme ad Alessandro Malatesta, pseudonimo di Alessandro Clericuzio, una rivista, Adam, rivolta al pubblico omosessuale.

La serie televisiva

Quando Playmen si vendeva in tutte le edicole, ero un “contestatore” (così venivano chiamati, all’epoca, i giovani che volevano cambiare il mondo), e non ricordo di aver mai letto quella rivista che definivo, senza mezzi termini, “pornografica”: ben altra, e di ben altro spessore, era la rivoluzione sessuale che stavamo portando avanti!

Oggi, con il senno del poi, devo ammettere che, a modo suo, con le quasi cinquecentomila (!!!) copie vendute, probabilmente anche Playmen diede un contributo a tale rivoluzione.

È questo, con ogni evidenza, il messaggio che gli autori della serie vogliono far arrivare allo spettatore e, in qualche misura, come avrete compreso, ci riescono. (Si deve far rilevare, a tale proposito, che la Tattilo, ferocemente criticata dalle femministe dell’epoca, si riteneva comunque una progressista).

Tornando alla serie televisiva, si tratta di un’opera molto lunga: ben sette puntate di circa un’ora ciascuna. Le prime cinque tuttavia  le ho  seguite  con piacere: mi ha colpito, in particolare, l’ottima ricostruzione del clima dell’epoca (si tratta di anni che ho intensamente vissuto).  L’accuratezza del regista nell’effettuare tali ricostruzioni era peraltro già stata segnalata, in altre occasioni, da diversi critici cinematografici che avevano parlato di lui e, in questo caso, deve aver giocato un ruolo notevole anche la sua collocazione generazionale (Riccardo Donna è nato nel 1954).

Ho apprezzato anche la descrizione dei personaggi (in gran parte inventati: non si tratta, come viene espressamente dichiarato, di un documentario, bensì di una serie “liberamente tratta” da una storia vera). Questi ultimi, infatti, almeno nel corso delle prime puntate, risultano sufficientemente contraddittori da sembrare reali.

Tutto cambia nella parte finale della serie: qui si ha l’impressione che gli autori abbiano voluto essere sicuri di non irritare (quasi) nessuno.

Coerentemente con lo spirito dei tempi in cui viviamo, le donne diventano tutte buone, leali e coraggiose. I maschi, invece, (quasi) tutti cattivi. traditori e codardi.

Ho inserito tra parentesi un “quasi”, perché il poliziotto, personaggio a dir poco ambiguo nella narrazione contenuta nelle prime cinque puntate, si trasforma, sul finale, in un eroe (meglio non irritare troppo le forze dell’ordine…). I militanti di Potere Operaio che compaiono nel racconto, invece, vengono descritti, conformandosi alla descrizione che ne dà oggi la politica, come brutali delinquenti.

Storia orale e serie televisive

Chi si occupa seriamente di storia orale afferma che le dichiarazioni rilasciate dai testimoni molti anni dopo gli avvenimenti dei quali parlano ci dicono poco di ciò che è realmente accaduto nel passato, e ci dicono molto, invece, di ciò che pensava l’intervistato nel momento in cui le ha rilasciate. Temo che lo stesso valga per le serie televisive. E il finale di “Mrs. Playmen” sembra confermarlo.

Personalmente, nel corso degli anni settanta, ho frequentato diversi compagni di Potere Operaio, un’organizzazione politica che abbinava comportamenti francamente leninisti a parole d’ordine prese a prestito dall’anarcosindacalismo.

Di questi compagni ho osservato i molti aspetti negativi (che criticavo aspramente anche allora) ma anche gli aspetti positivi. Dipingerli oggi come brutali delinquenti mi sembra davvero ingeneroso. Del resto, come ricordavo nell’editoriale di questo numero di Cenerentola, la storia la scrivono sempre coloro che, alla fine, risultano vincitori.