di Luca Baroncini


Probabilmente quando leggerete questo articolo avrete maggiori informazioni e si sarà fatta chiarezza su un’operazione da poco annunciata che sta facendo parlare e anche preoccupare: l’acquisizione della Warner Bros, la celebre casa di produzione e distribuzione cinematografica, da parte di Netflix, colosso dello streaming.

Nel perimetro dell’acquisizione da 82,7 miliardi di dollari entrano gli storici studi Warner Bros, le serie e i film di HBO, la piattaforma  HBO Max  (disponibile  anche  in  Italia a partire dal 13 gennaio 2026) e un catalogo di  franchise che include  Harry Potter, l’universo DC Comics,  LEGO,  Mortal Kombat,  Terminator,  Il Signore degli Anelli,  Succession, Il trono di spade, ma anche classici come Il mago di Oz e Casablanca.

Ora naturalmente l’accordo passerà al vaglio dell’antitrust che potrebbe trovare gli esiti dell’operazione a stretto confine con il monopolio e sono tanti, dagli studi rivali ai sindacati, ma anche artisti di ogni ordine e grado, che stanno esprimendo preoccupazione. Il pericolo, infatti, è quello di un immaginario sempre più omologato, sulla carta quanto mai vario, negli effetti figlio di un’idea di intrattenimento che non conosce alternative in grado di differenziarlo. 

Molti dei timori riguardano però soprattutto il futuro della sala cinematografica. Come Netflix ha infatti chiaramente dimostrato, il cinema non è al centro della sua attività, non è ciò da cui si parte o a cui si arriva, ma un semplice effetto collaterale. I film Netflix, una minima parte tra l’altro, escono in sala solo per poter concorrere agli Oscar, acquisire prestigio o compiacere registi e attori importanti coinvolti nei loro progetti, ma l’obiettivo principale resta sempre, solo e comunque, la piattaforma digitale. Tanto che gli incassi del cinema per i loro film non vengono nemmeno comunicati e la distribuzione in sala avviene nel silenzio mediatico e con poche copie. 

Nulla da eccepire su questa “visione”, è la loro scelta aziendale e sta portando grandi frutti; sapere però che un colosso del genere gestirà uno dei più grandi studi cinematografici più di un timore lo fa venire per forza. 

E se i film Warner Bros  non continuassero più a uscire in sala? Se invece continuassero ma con finestre (termine tecnico che indica il tempo tra la distribuzione in sala e quella successiva in streaming) sempre più brevi? E se, considerando un’altra possibile ipotesi, solo i grandi film continuassero ad arrivare al cinema mentre quelli medi o piccoli venissero prodotti solo per lo streaming o, magari, non venissero nemmeno più prodotti perché con poche possibilità di profitto? 

Potrebbe anche succedere che tutto resti invariato, con uno streaming più potente che rispetta però il valore delle sale, ma è difficile pensare che un’operazione così costosa ed epocale non porti a modifiche sostanziali.

Stavo per spedire questo articolo quando è giunta la notizia che Paramount sfida Netflix, rilanciando con un’offerta ostile in contanti da 108,4 miliardi di dollari. Una contromossa che pare abbia anche una matrice politica visto che  David Ellison, il proprietario di Paramount Skydance, è il figlio di Larry Ellison, patron del gigante dell’informatica  Oracle  e grande amico di Donald Trump,  che aveva subito espresso dubbi sulla possibile acquisizione da parte di Netflix. La questione, quindi, si ingarbuglia ulteriormente diventando politica e ci si trova tra due possibili, e poco allettanti, alternative: la censura della destra statunitense da una parte e il rischio della perdita di centralità della sala cinematografica dall’altra.

Che fare? 

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