recensione di Luca Baroncini

di Benny Safdie

con Dwayne Johnson, Emily Blunt

Prendete Rocky, cambiate sport (dalla boxe alle arti marziali), sostituite la timidissima e bruttina Adriana con la volubile e appariscente Dawn, togliete ogni retorica, asciugate il pathos, evitate ogni spettacolarizzazione, e otterrete “The Smashing Machine”.

Un’altra fondamentale differenza è che Rocky è un personaggio di fantasia, mentre Mark Kerr è reale, si tratta infatti di una leggenda sportiva e di un volto iconico degli anni ’90 nella UFC, la “Ultimate Fighting Championship”, la più importante organizzazione mondiale nel campo delle arti marziali miste.

Il risultato è un’opera controllata e tutto sommato inerte, che a forza di sottrarre finisce anche per restare a distanza, coinvolgendo poco, soprattutto perché l’approccio stilistico all’insegna del trattenere non è supportato da svolte narrative altrettanto ricercate, ma dalla stessa storia di sempre. Il protagonista è infatti un campione autodistruttivo, con vari fantasmi interiori sfociati in dipendenze da farmaci e sostanze stupefacenti, impelagato in un rapporto affettivo tossico, che nello sport cerca, e trova, una rivalsa.

Dwayne Johnson, con trucco e parrucca, si butta a capofitto nel protagonista mettendogli a disposizione la sua fisicità prorompente che gli consente di connotare con credibilità un personaggio conflittuale distante anni luce da quelli sopra le righe e positivi con cui si è affermato e ha finora spopolato.

Brava anche Emily Blunt, ma è il suo personaggio, nel ripetersi monotono di modalità passivo aggressive, che alla lunga aggiunge poco a fragilità già evidenti fin dall’inizio.

La ricetta sembra essere quella di prendere un personaggio sportivo che per la nicchia (molto nicchia) di riferimento ha lasciato un segno, sondando più il privato che il ring. Il problema è che si tratta di un percorso analogo a quello già visto in decine di altri film e la regia di Benny Safdie, per la prima volta in solitaria senza il fratello Josh con cui ha diretto i precedenti acclamati lungometraggi (tra cui “Good Time” e “Diamanti grezzi”), nonostante la perizia tecnica (è girato in 16mm con macchina da presa quasi sempre a mano per accentuare il lato intimo della vicenda), non riesce a renderlo particolarmente incisivo.

Generoso il Leone d’argento per la miglior regia attribuito al Festival di Venezia.