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Categoria: Letture
Creato Mercoledì, 01 Gennaio 2014

La spigolatura di Rino Ermini (n°164)

Quando ero ragazzo, la mia era una famiglia di mezzadri Ulivoe viveva in un podere la cui coltura principale era quella dell’olivo e il prodotto più importante l’olio. L’olio era infatti una delle pochissime cose che il mezzadro riuscisse a vendere per raggranellare qualche soldo e fin dalla notte dei tempi un alimento assai prezioso.

La raccolta delle olive era dura perché si faceva da novembre a gennaio, col freddo e con sistemi arcaici. Da noi, per il tipo di coltura degli olivi e per il tipo d’olio che si produceva, le olive erano raccolte a mano sulla pianta.

Dopodiché si procedeva alla raccolta di quelle cadute a terra che a volte, causa vento ed intemperie varie, erano molte più di quelle raccolte sulla pianta. Era questo della raccolta a terra lavoro prevalentemente delle donne e dei ragazzi. Le mani stavano nel fango, o a contatto con la terra ghiacciata quando la temperatura era sotto zero, per giornate intere. Non esistevano guanti, naturalmente. A nessuno era venuto mai in mente di produrne e metterne in commercio di adatti per questo lavoro. Il contadino doveva per definizione soffrire ed avere le mani, appunto, da contadino, cioè brutte e rovinate.

Il terreno veniva passato al setaccio affinché nemmeno un’oliva andasse perduta. Nonostante questo, quando avevamo finito, c’era sempre qualche vecchietta del paese (una pigionale, una cioè che non aveva terra da coltivare né sua né di altri e viveva in una casa d’affitto e spesso in povertà) che chiedeva al contadino di poter “rifrucare” le olive, cioè fare la spigolatura, cioè andare alla ricerca di quelle che potevano essere sfuggite alla raccolta. Nessuno mai, che io sappia, glielo negava. Al termine di faticose giornate di ricerca, questa donna poteva portare a casa tuttalpiù qualche chilo di olive. Dopodiché andava al frantoio e le offriva, in cambio dell’equivalente di olio, al contadino che in quel momento stava macinando le proprie. Alla fine si portava a casa, se andava bene e sempre grazie alla generosità del contadino che abbondava nello scambio, due o tre litri d’olio. Così, per qualche mese, usando più parsimonia che olio, poteva condire la propria fetta di pane.

 

Mi trovo in Toscana, a casa dei miei, per la raccolta delle olive. Piove e non posso stare nei campi a lavorare, perciò scrivo. Sono qui da un paio di settimane e fra qualche giorno devo tornare in quel di Milano, perciò buona parte delle mie olive che non sarò riuscito a raccogliere rimarranno a marcire nei campi. Non sto parlando di quelle a terra che da decenni non raccogliamo più, ma di quelle che stanno ancora sulla pianta. Non sto parlando di chili di olive che si perdono, ma di una quantità che va dai dieci ai quindici quintali, corrispondente a circa 1,5-2 quintali d’olio. E non è che non trovo nessuno che le raccolga perché, come dice qualche sciocco, la gente non ha voglia di lavorare, ma semplicemente perché rispetto al lavoro necessario il ricavato è vicino allo zero e può interessare soltanto il proprietario che vuol bene ai propri olivi e va matto per il proprio olio.

Un mio vicino, che non è il solo ad aver fatto questa scelta, da qualche anno si è arreso ed ha abbandonato tutto. Ora i suoi olivi carichi di frutti svettano al di sopra dei rovi in un campo ormai trasformato in boscaglia. E ciascuno di questi olivi ha addosso una quantità di frutti dieci volte superiore a quelli che la donna dei miei tempi raccoglieva in giorni e giorni di fatica.

Signori, è il capitalismo. Ieri il contadino mezzadro che faceva vita penosa e la pigionale che la faceva peggio. E anche una sola oliva era preziosa come l’oro. Oggi quintali di prodotto sprecato e a nessuno interessa o, anche se interessasse, è inaccessibile per le ragioni di mercato. Pessimi i tempi in cui si stava con le mani nel fango per settimane. Pessimo che qui alla porta di casa mia quintali d’olio (quello che al frantoio a un chilometro di distanza si vende a otto euro al litro e che un po’ più in là, in una fattoria con clientela più danarosa, si vende esattamente al doppio) vadano completamente persi.

Quale è la ragione per cui oggi non si potrebbe fare diversamente? Perché non potrebbero convivere le coltivazioni specializzate spagnole o pugliesi o turche col campo del contadino toscano, grande o piccolissimo che sia, contadino di mestiere o semplice appassionato di campagna? Perché non potremmo considerare preziosa ogni oliva, senza bisogno che vi corrisponda la povertà di qualcuno? Perché non potremmo considerare preziosa ogni goccia d’olio, quella della infima proprietà come quella della grande?

Proviamo a pensare un mondo dove non ci sia più la donna che ha bisogno di un chilo di olive. Proviamo a pensare alla grande coltivazione di olivi in Andalusia gestita non in regime capitalistico dagli uomini e dalle donne che vi lavorano. Proviamo a pensare alle mie olive che, da domani che io devo andarmene, trovano uno pronto a raccoglierle perché comunque vi avrebbe la propria utilità. Proviamo a pensare a questo mio vicino che non sia costretto ad abbandonare il proprio campo, ma se proprio lo volesse fare trovasse una forma adatta e conveniente per darlo in uso a qualcuno cui potesse servire.

Non so se sarebbe l’anarchia o il comunismo o qualcosa d’altro. So soltanto che sarebbe più giusto, più utile per tutti e non solo per alcuni, più bello e più in armonia con l’ambiente. In definitiva che sarebbe molto, ma molto meglio delle sofferenze e delle vergogne di ieri e di oggi.

 

 

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